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mercoledì 19 agosto 2020

Mazara nel centenario di Pietro Consagra - Ottobre 1920 – 2020


Inizio in sottotono delle celebrazioni dello scultore mazarese, mentre rimangono freddi i rapporti tra l’Archivio “Pietro Consagra” e la Città.

 foto di Luigi Tumbarello

C’era attesa da parte della città degli eventi programmati dall’amministrazione comunale nell’ambito del centenario della nascita di Pietro Consagra (Mazara 1920; Milano 2020). In considerazione, anche, che la ricorrenza dei cento anni dalla nascita sancisse il momento della cucitura dei rapporti, assai deteriorati, tra l’Archivio Consagra e la sua città di origine. 
Sono sempre stati rapporti complessi, quelli dell’artista con i suoi concittadini, che hanno origini lontane, a partire dagli anni sessanta.
E’ una strana storia, fatta di proposte, progetti, critiche, veti, ripensamenti, finanziamenti, impegni politici, promesse e delusioni. Tutto ha avuto inizio negli anni ‘80, quando, visitando la sua Città nativa, Pietro Consagra rimaneva infastidito dall’insolente presenza del Palazzo della Città, l’alieno, come usava dire, che nella sua anonima bruttezza, devastava la piazza più bella, ne annichiliva l’armonia, ne umiliava la storia.
L’artista si mostrava ancora più severo con quelli che Lui considerava, ingenuamente, i suoi paesani, i quali con il loro silenzio e la loro indifferenza, si erano supinamente assuefatti al mostro senza che da costoro venissero prodromi di reazione e manifestazioni di rigetto. E’ al ritorno a Roma e poi a Milano che il maestro inizia a progettare, secondo la sua filosofia della città frontale, una grande opera scultorea che nascondesse l’alieno, e che desse alla piazza e alla sua bellezza architettonica, una prospettiva di affascinante violenza dal punto di vista artistico.

Il progetto della Facciata, inizialmente accolto con perplessità e riserva, più volte ridimensionato, rivisto, ridisegnato, veniva finalmente approvato dall’a.C. Del tempo e finanziato dalla regione. Contraria  al progetto una roboante mediocrità culturale cui era devota una parte dei così detti tecnici professionisti, con a capo geometri, ingegneri e architetti locali, ai quali si  associava in mutuo soccorso la Bella Addormentata dell’intelligence della Soprintendenza ai BB.CC. Fino ad allora assente, dormiente o distratta nei confronti dell’alieno, la quale, risvegliatasi bocciava seduta stante, con argomentazioni poco convincenti, il nuovo progetto, senza capire di che cosa si trattava. 
Quelle ambiguità di fondo, le arretratezze culturali, le ottusità burocratiche della soprintendenza ai BB.CC. L’assenza di una vera politica culturale da parte delle amministrazioni comunali, che avrebbero dovuto difendere politicamente l’opera del grande artista mazarese, hanno fatto perdere a Mazara una occasione storica per un effettivo rilancio sul piano artistico e turistico.
Quella bocciatura senza argomentazioni valide procurò una ferita profonda nell’artista, mortificando la sua creatività e gettando i presupposti per un suo ripudio verso quella città irriconoscente e soprattutto profondamente provinciale.
L’alieno in seguito sarà demolito e sostituito da una costruzione minimalista, anonima, piatta, insignificante sul piano architettonico e soprattutto artistico, nonostante il tentativo di qualche bassorilievo inserito frontalmente per farlo emergere dall’insignificanza. Il tutto con il placet di quella Soprintendenza sempre assopita.
L’amore di Pietro Consagra verso il suo “paese” è stato tale che nel 1964 regalò ai suoi concittadini la fontana, una scultura bronzea che sarà collocata nella piazza Mokarta antistante il lungomare; anni dopo, donò anche l’intera sua opera grafica, una scultura in marmo e una machette in bronzo, esposti oggi nell’apposita galleria museo, intitolata al maestro,  del collegio dei gesuiti.
foto di Luigi Tumbarello
 La fontana con il gruppo bronzeo non viene capita e compresa dai mazaresi, anzi, viene persino derisa e schernita. Abbandonata a se stessa, umiliata dall’indifferenza delle varie amministrazioni che negli anni si susseguono, offesa dall’incuria e da interventi irresponsabili e raffazzonati per quanto riguarda il sistema idrico, l’opera d’arte ha subito nel tempo la violenza delle intemperie, il degrado e la perdita di alcune placche metalliche.  Qualche anno fa, una relazione degli inviati dell’archivio Pietro Consagra, scesi appositamente da Milano, per documentare le reali condizioni del gruppo scultoreo, definiva in forma tranciante, che la fontana e gli elementi scultorei si trovavano in condizioni penose, di indicibile deterioramento creando sconcerto e irritazione da parte dell’archivio Consagra.
La bocciatura della facciata e il disinteresse per le condizioni della fontana, accentuarono nello scultore la delusione e soprattutto la consapevolezza di essere stato tradito dai politici, causando ferite non più rimarginabili. É l’inizio di una incomprensione tra lo scultore e i suoi concittadini, che gradualmente si trasformerà in una cesura che traccerà un solco profondo colmo di amarezza, di delusione. Consagra non ritornerà più nel suo “paese”.
A pochi chilometri di distanza, Pietro Consagra era stato chiamato da un politico culturalmente raffinato, eclettico, amante dell’arte, e soprattutto un vero e sincero amico, che lo avrebbe invogliato a esprimere pienamente tutte le sue energie creative. In quegli anni si doveva costruire Gibellina distrutta dal terremoto. Nella costruenda cittadina belicina ha di fatto materializzato le sue teorie della Città frontale. Gibellina divenne un museo en plai air di istallazioni frontali progettate e realizzate da Consagra. Alla sua morte,lo scultore ,nel suo testamento, espresse la volontà che fosse Gibellina il  luogo dove tumulare le proprie spoglie.
Fu uno schiaffo ai suoi ex paesani.  Quel 20 luglio del 2005, nessun rappresentante ufficiale né il gonfalone   della città nativa furono presenti a rendergli omaggio alla sua tumulazione né ai funerali solenni in Campidoglio di qualche giorno prima.  Nel cimitero di Gibellina era presente un anonimo assessore disperso tra la folla. Questa è stata la gratitudine dei mazaresi.
Il centenario era e rimaneva l’occasione unica per mostrare al mondo che Mazara non è irredimibile nei confronti del suo più famoso artista. Si riponeva la speranza in un superamento delle incomprensioni con l’Archivio Consagra attraverso l’organizzazione di eventi che onorassero il debito verso il maestro, un riconoscimento, seppur tardivo. Eventi che costituissero anche un richiamo per la città e l’arte, la cultura e il turismo. Ma è mancata, all’interno della stessa A.C., una struttura di competenze adeguate, con capacità di ordire quella trama di avvicinamento e di inizio di un dialogo che potesse superare quella chiusura e quel tranciante diniego a ogni forma di collaborazione da parte dell’archivio Consagra.
Così come ha fatto la vicina Marsala, che nell’anticipare di un anno il centenario della nascita, ha organizzato una bella mostra sulle opere dello scultore mazarese con il sostegno della Fondazione Archivio Pietro Consagra, richiamando l’attenzione dei media nazionali e internazionali,  nonché migliaia di visitatori.
Anche Gibellina, stanziando oltre trenta mila euro, ha iniziato, nella ricorrenza del centenario, a fare restaurare la Città di Tebe, le sculture scenografiche della città frontale che l’artista aveva creato Oedipus Rex.
Speranze e aspettative andate deluse.
 Per quanto riguarda la città, il solo Istituto Euroarabo, una associazione culturale, ha voluto commemorare autonomamente i cento anni dalla nascita dell’artista, organizzando una interessante tavola rotonda con contributi di studiosi diversi che hanno composto il ritratto di Consagra scultore, architetto, progettista, intellettuale a tutto tondo.
 Da parte dell’amministrazione, degli ambiziosi progetti preceduti da roboanti annunci nei mesi scorsi, della straordinarietà degli eventi che avrebbero dovuto essere organizzati, non vi è traccia alcuna.
Per i cento anni di Consagra, l’Amministrazione comunale si è limitata a organizzare una serata di testimonianze, di intermezzi musicali, di videate, di proiezioni di parti di registrazioni televisive, di letture, non certamente esaustiva, per quanto riguardano i rapporti e le relazioni tra l’artista e i suoi ex paesani, tra l’Archivio Consagra e le amministrazioni che nel tempo hanno governato la città.  Ci si aspettava altro. Nessuna parola è stata proferita in proposito, né un mea culpa da farsi perdonare. Nessun solco da colmare, nessuno strappo da ricucire. Non è stato un buon segnale per commemorare Pietro Consagra.
 Annunci con le solite, rituali, generiche promesse di ricollocare e restaurare le opere scultoree e grafiche del Maestro in un museo che le renda visitabili dai cittadini, come se le stesse opere non fossero già fruibili nel museo da decenni. L’avere minimizzato i contrasti con l’Archivio Consagra, non ha contribuito a saldare il debito del suo paese originario con l’Artista.
L’altro progetto che prevede il restauro della fontana con il gruppo bronzeo, sembra, dopo tanti annunci retorici, avviato a trovare uno sponsor tecnico che si faccia carico del finanziamento e della ricerca di una impresa per i lavori di restauro. Tutto l’iter progettuale, già dalle prime fasi, si è mostrato incerto e contraddittorio da parte dell’amministrazione. Dopo dichiarazioni e foto di rito dei mesi scorsi, in cui si prospettava che a collaborare sarebbe stato l’Istituto Centrale del Restauro di Roma, è di qualche giorno fa la comunicazione sul sito ufficiale del Comune, che il progetto del restauro, a seguito di una convenzione con la Soprintendenza di Trapani, è stato elaborato dai tecnici restauratori della Soprintendenza.  Ironia della sorte: quella Soprintendenza che aveva bocciato la facciata.
foto d Luigi Tumbarello
Sarà il Comune a bandire una gara per la ricerca dello sponsor tecnico. Questo significa che dalle casse comunali non sarà versato un solo euro per il restauro. Soluzione che genera delle perplessità sul piano della realizzazione, conoscendo i tempi e le pastoie imposte della burocrazia. Se il restauro sarà realizzato, sarà senz’altro un merito di questa A.C.
 Si potrebbe investire la somma risparmiata per realizzare un importante evento culturale e artistico di spessore internazionale. Sembra che non vi siano progetti a tal proposito.
(Questo mio post è stato pubblicato recentemente su Primapagina Mazara)

martedì 3 marzo 2020

Mazara nel centenario di Pietro Consagra. Ottobre 1920 – 2020



Come si prepara la Città?




C’è attesa da parte dell’intera città degli eventi programmati dall’Amministrazione comunale  nell’ambito del centenario della nascita di Pietro Consagra (Mazara 1920; Milano 2020).
Si tratta soprattutto di una occasione unica per ricolmare quella cesura tra lo scultore e il paese natìo, di ricucire quel rapporto mai idilliaco tra l’artista e i suoi “paesani” come usualmente li definiva in modo severo, che con il loro silenzio e la loro indifferenza, retaggio dello smarrimento della cultura del bello, si erano supinamente assuefatti prima all’alieno  e poi al degrado delle sculture bronzee della fontana che lo scultore aveva donato ai suoi concittadini.
L’alieno era il vecchio palazzaccio comunale che deturpava la piazza più bella e monumentale della città, e che in seguito sarà demolito e sostituito da una costruzione minimalista, anonima, piatta, insignificante sul piano architettonico e soprattutto artistico, nonostante il tentativo di qualche bassorilievo inserito frontalmente per farlo emergere dall’insignificanza.

A tale scopo, gli venne l'idea di progettare, allora, una facciata scultura che ne schermasse la bruttezza e nel contempo  desse alla piazza e alla sua armonia architettonica, una prospettiva di affascinante violenza dal punto di vista artistico.



In un’intervista rilasciata a Nino Corleo, Giornale di Sicilia del 10 Maggio 1980, Consagra, in visita alla sua città, sul palazzaccio finito di costruire appena tre anni prima, così si esprimeva:

‹‹  È uno sconcio, un abuso, un’assurdità rispetto all’ambiente, - denuncia Consagra mentre punta gli occhi sulla facciata del nuovo  municipio, e  questo non si può sopportare. Questa piazza bellissima, orgoglio di noi mazaresi, non doveva essere deturpata. ››

Contemporaneamente l’artista propone un suo possibile intervento e alla domanda del giornalista su come intenderebbe modificarla, risponde:

‹‹Ci sto pensando, cercherò di rifarmi allo stile della piazza, secondo l’interpretazione di uno scultore quale sono io. Purtroppo possiamo intervenire solo sulla facciata.Cercherò di sovrapporre una facciata autoportante che riporti i colori bianchi e gialli del tufo e dell’intonaco dei palazzi vicini. Infine suppongo che la nuova facciata possa avere strutture curve, come mi suggeriscono il seminario e la cattedrale. ››




Non si trattava di un intervento strutturale sostitutivo, come impropriamente e con una dose di malafede è stato fatto credere dai sbraitanti cultori del niente da fare, con in testa geometri, ingegneri e architetti locali, ai quali si associava in mutuo soccorso la Bella Addormentata dell’intelligence della Soprintendenza ai BB.CC. Dormiente quando si trattò di buttar giù lo storico palazzo di Città, ancor più con le toppe negli occhi quando si edificò il palazzaccio.
Quella bocciatura senza argomentazioni convincenti procurò una ferita profonda nell’artista, mortificando la sua creatività e gettando i presupposti per un suo ripudio verso quella città irriconoscente e soprattutto profondamente provinciale.



Quelle ambiguità di fondo, le arretratezze culturali, le ottusità burocratiche della soprintendenza ai BB.CC. l’assenza di una vera politica culturale da parte delle amministrazioni comunali, che avrebbero dovuto difendere politicamente l’opera del grande artista mazarese, hanno fatto perdere a Mazara una occasione storica per un effettivo rilancio sul piano artistico e turistico.
Quelle poche volte che gli capitava di passare per Mazara, incontrando amici e conoscenti restava in silenzio, rassegnato a quel decadimento dal quale i suoi concittadini non sembravano sollevarsi. A tutto questo non poteva sfuggire il gruppo scultoreo della fontana, ormai in condizioni pietose,  che una relazione degli inviati dell’Associazione Archivio Pietro Consagra , per documentare le reali condizioni del gruppo scultoreo  definisce in forma tranciante che  la fontana e gli elementi scultorei si trovano in condizioni penose.



“ Gli esseri venuti dal mare” questo il nome dell’opera bronzea di Consagra, che i mazaresi hanno beffardamente e rozzamente  chiamato “ quattro di bastoni”, si trova in condizioni di  indicibile deterioramento, coperta da incrostazioni calcaree e licheni, è  da anni bisognosa di interventi mirati, da affidare a degli esperti, per ricomporre alcune placche metalliche andate perdute e per sostituire l’intero sistema degli ugelli di uscita dei getti d’acqua.

Consagra ebbe a dire anche, in un omento di totale distacco affettivo nei confronti di quello che è stato il suo paese :
‹‹ questa scultura senza il gioco delle acque non significa nulla, piuttosto che togliere o modificare il gioco delle acque distruggetela».
Fu talmente grande la delusione e soprattutto la consapevolezza di essere stato tradito dai politici di allora che non ritornò più in quella che era stata la sua città natìa.



A qualche decina di chilometri di distanza, Pietro Consagra avrebbe trovato un politico culturalmente raffinato, eclettico, amante dell’arte, e soprattutto un vero e sincero amico,  che lo avrebbe invogliato a esprimere pienamente tutte le sue energie creative. Consagra scelse Gibellina come luogo dove tumulare le proprie spoglie.
Il centenario è l’occasione unica per mostrare al mondo che Mazara non è irredimibile nei confronti del suo più famoso artista del secolo scorso. Lo può fare solo a condizione di organizzare degli eventi che siano degni della fama dell’artista. 



Eventi di largo respiro, per realizzare i quali, sembra che l'Amministrazione si stia avvalendo di  un team per  organizzare progetti che mettano al centro dell’attenzione la città e l’arte, la cultura e il turismo. Come hanno fatto città viciniore, Marsala, organizzando una bella mostra sulle opere dello scultore mazarese con il sostegno della Fondazione Archivio Pietro Consagra e richiamando l’attenzione dei media nazionali e internazionali, nonché decine di migliaia di visitatori, o come si accinge a fare Gibellina.

Ancora rimangono  misteriosi sia il programma sia le manifestazioni che saranno messe in atto; si sussurra di un gruppo di lavoro esperti di arte moderna, di iniziative che prenderanno il via a primavera e  che domineranno gli eventi culturali  dell’estate fino a ottobre al fine di consentire un largo richiamo di turisti e di cultori d’arte.



Non per niente sembra che la stessa amministrazione abbia stanziato per il centenario gran parte delle risorse economiche disponibili. Sembra che finalmente si abbia la reale intenzione di rimarginare quella ferita e di ricucire i rapporti tra la città e la famiglia dell’artista.
Se così sarà non mancherà tutto il nostro sostegno per questo ambizioso e  non facile progetto.
Mazara ha molto da farsi perdonare da Consagra. 







lunedì 24 febbraio 2020

Ricordando Pietro Consagra. 1920 - 2020


Quella osteria dove si scrisse la storia  dell’arte del dopoguerra.*


 Comprai il libro appena uscito dalle stampe, nel 1994; lo  lessi superficialmente.
Qualche giorno fa l'ho ripreso, approfittando anche del centenario di Pietro Consagra.  Ecco che un pezzo di storia dell’ Italia del dopoguerra viene fuori da quelle pagine, come un lampo di luce,  dando una visione non sempre conosciuta di quel periodo per quanto riguarda l’avvento dell’arte astratta.
Giovani artisti siciliani fecero la storia, tra i quali Pietro Consagra di Mazara del Vallo, Carla Accardi di Trapani e Antonio Sanfilippo di Partanna. Erano gli anni del dopoguerra che vanno dal 1947 al 1950.
Consagra e Sanfilippo già si conoscevano per avere frequentato negli stessi anni il liceo artistico di Palermo. 
Antonio Sanfilippo,seduto, e in fondo Pietro Consagra ,in piedi, 
nell'aula di scultura del liceo artistico di Palermo . 1942-43
 «Mentre parlava Mafai disegnava sulla tovaglia di carta macchiata dal vino di Frascati tante facce in fila, una processione; poi le cancellava. All´altro capo del tavolo anche Consagra parlava e disegnava: figure geometriche. Al momento di pagare il conto, poi, ebbi una sorpresa. Nessuno tirò fuori una lira. Da Menghi, all´epoca, si mangiava a credito”
 All´osteria si discuteva. Ci si divertiva, con certe battute fulminanti, oppure´ si litigava per questioni politiche, anche se a dibattere erano pittori comunisti contro pittori comunisti,   astrattisti contro realisti.  E parlare di politica significava parlare di arte, discutere di astrattismo o realismo voleva dire discutere di politica e di PCI.
C’era aria di cambiamento. Un nuovo vento soffiava da ovest, da Parigi in particolare. Non certo il malandrino ponentino ma addirittura un forte maestrale che di lì a poco avrebbe spazzato l’arte figurativa.  A Roma la colonia dei siciliani in prima fila con Consagra, Accardi, Attardi, Perilli, Sanfilippo, Scarpitta ai quali si aggiunsero altri giovani pittori e critici d’arte, sceneggiatori e uomini del cinema.
 Erano pieni di progetti, cercavano spazio che non trovavano, però ci provavano, nonostante la reazione furiosa del partito ai quali appartenevano. Giovani caparbi, più delle volte  squattrinati, alcuni che sopravvivevano nei tuguri, con lo stomaco perennemente vuoto, affamati tuttavia di conoscenza, insoddisfatti e poco convinti degli orientamenti canonici di quel che il  partito della verità, il PCI, indicava loro di attenersi, attraverso i sui rappresentanti più noti nel campo dell’arte, Guttuso, Manzù, Trombadori.
Giovani dal forte temperamento, orgogliosi, testardi, ingenui, che non disdegnavano di venire alle mani durante le loro discussioni per difendere le proprie idee. Poi entravano in gioco i caratteri, sovente seguiti da silenzi o da calci e pugni. Orbe da artisti insomma. Ogni tanto si organizzava una mostra, ma non era facile; non si vendeva niente. Neanche una piccola tela o una scultura né un disegno su un foglio di carta che consentisse loro di pagare il pranzo, figuriamoci l’affitto.


Manifesto elettorale a favore del blocco del Popolo
 - Archivio Consagra

Il mercato era chiuso per loro. I critici, le gallerie, i musei sbattevano le porte a quei giovani.
 Non trovando spazio all’interno di quello che era in quegli anni del il cuore pulsante della Roma culturale e artistica che andava da Trinità dei Monti e finiva a Piazza del Popolo, fino a quel momento riconosciuto come il centro storico degli artisti, dei corniciai, dei bordelli, il nucleo fondante dell’arte e della cultura, dopoguerra. Trovarono nell’Osteria dei fratelli Menghi, situato fuori piazza del Popolo,il luogo dove incontrarsi e discutere.  Quella trattoria divenne il loro covo, a detta degli ortodossi del PCI, l’habitat naturale delle anime ribelli.
In essa si rifugiano, vengono accolti dai proprietari; lì soprattutto possono colmare la loro fame, naturalmente a credito. I proprietari diventeranno subito i loro anfitrioni, li accolgono, li incoraggiano, danno loro fiducia, fanno loro credito, li sfamano.I menghi imparano attraverso quegli artisti a conoscere l’arte e li  sostengono.
Unico impegno, scrivere sull’apposito quaderno nero con i margini rossi il pranzo o la cena consumata, con l’impegno di saldare il debito dovuto quando ne avrebbero avuto la possibilità. Un patto d’onore tra i proprietari e gli artisti che sarà quasi sempre rispettato, anche in cambio di disegni o di qualche dipinto.
Per gratitudine e per riconoscimento verso i proprietari, alcuni dipinsero delle pareti della trattoria.. L’affresco di Consagra occupava l’intera parete della stanza più grande. Un seguirsi di forme simili a piastre, dai colori freddi. Non sembravano i colori di un  artista siciliano. Nè l’artista mazarese lo voleva essere.
Le pareti della sala più piccola furono dipinte da Antonio Sanfilippo, da Carla Accardi, da Giulio Turcato. Essi al contrario di quelli di Consagra, andarano distrutti nel tempo per incuria. 
Carla Accardi nella trattoria Menghi 

Carla Accardi e Antonio Sanfilippo   si sposeranno.
Le storie, gli aneddoti, le avventure che si raccontavano durante le cene, rimbalzavano da un tavolo all’altro, da un gruppo di artisti all’altro.
Amori, politica, goliardate, insulti, schiaffi, gelosie e sberleffi. Tutto questo era quella trattoria così particolare, così diversa, così umana, così lontana dal tracotanza sciccosa di chi era artisticamente arrivato o che godeva di privilegi di partito, interpretandone gli orientamenti realistici contro il nuovo vento astrattista.
Non importava se poi il partito si mostrasse in contraddizione. Da una parte avversava i giovani astrattisti e dall’altra elogiava Picasso e la sua avversione al figurativo. In prima fila sempre Guttuso.
Ci voleva tanto coraggio, in quegli anni che vanno dal 1947 al 1950 a fare credito. Ecco, il dopoguerra dell’arte e della cultura in Italia si svolge in quella modesta osteria, luogo duple face, frequentata di giorno da impiegati dello stato, da tranvieri, da militari della marina e di sera da artisti squattrinati.
Ebbene, in quella trattoria si fece la storia dell’arte del dopoguerra e anche del cinema, luogo di ritrovo  non solo di artisti. Si avvicinarono, all’inizio per curiosità, fino a diventare stanziali, scrittori, registi, poeti, critici d’arte.  L’osteria divenne così richiamo di curiosi che venivano da tutto il mondo per conoscere quegli artisti così particolari dei quali s’incominciava a parlare e scrivere sui giornali. Si faceva vedere qualche volta Cardarelli con il suo cappotto trasandato e sporco, più spesso si notava la presenza di Alfonso Gatto. E’ lì che Pavese si ispirò per il suo Barone rampante ascoltando le storielle che raccontava Scarpitta.
In quei tavoli facevano gruppo, si parlava di arte che voleva dire politica, che non era altro che una ferma ribellione agli indirizzi dei sacri canoni del partito comunismo e del realismo  rappresentato da Guttuso e da Manzù.
Accardi, Sanfilippo, Consagra, Turcato ,dopo un breve viaggio a Parigi nel 1947, in cui per la prima volta potevano  vedere dal vivo l’arte astratta della quale ne avevano avuto sentore, furono colpiti emotivamente  dagli impressionisti e in particolare dai dipinti di Cezanne. Incontrarono Magnelli, Hartung. Visitarono la casa di Picasso.
 Al loro ritorno, fu nello studio di Guttuso, nel quale era ospitato, e approfittando della sua assenza, che Consagra insieme a Carla  Accardi,  Antonio Sanfilippo, Ugo  Attardi, Piero Dorazio ,Achille Perilli, Giulio Turcato, Mino Guerrini, osarono contestare la linea ufficiale del PCI ai quali erano peraltro iscritti e militanti.
 “Noi siamo marxisti e formalisti, convinti che i termini marxismo e formalismo non siano inconciliabili…  ci interessa la forma del limone, non il limone” ebbero a scrivere in un numero unico della rivista, a cui diedero il titolo di FORMA  1 quei giovani vogliosi di novità, ai quali il realismo faceva venire l’orticaria, rifiutando di questo ogni pretesa simbolista o psicologica.

Oltre a provocare la reazione stizzosa e velenosa di Guttuso e di Trombadori, allora vessilliferi del realismo, scese in campo, tempo dopo, a seguito di una Mostra Nazionale d’Arte Contemporanea a Bologna, con un corsivo tranciante e sprezzante a firma di Rodrigo di Castiglia, addirittura  Togliatti, allora segretario del PCI.
E’ una raccolta di cose mostruose, riproduzione di così detti quadri ,disegni, sculture…Come si fa a chiamare arte e persino Arte Nuova questa roba…esposizione di orrori e di scemenze, di scarabocchi…”
Un vero anatema, una scomunica verso quei giovani che avevano auto l’ardire di sfidare e contestare le linee guida del partito.
Tuttavia erano e risero degli artisti comunisti,con tessera e militanti.
Talmente militanti e ingenui . A riprova di ciò le elezioni del 1948. Quando si costituì il Fronte del Popolo, Consagra creò, nel suo studio di Via Margutta 48 una scultura in  ferro chiamandola proprio Fronte  del Popolo e se la caricava ogni giorno sulle spalle fino a Piazza di Spagna,nella speranza che qualcuno la notasse e intimamente che qualche dirigente del PCI,al quale era tesserato, lo gratificasse, per quel modo inusuale di fare propaganda per la parte politica a cui si sentiva idealmente di appartenere. 
Fronte Popolare 1948  Archivio Consagra
Guttuso, che appena arrivati a Roma li aveva ospitati nel suo studio di Via Margutta, punto di riferimento per tutti i giovani artisti siciliani, non volle più saperne di loro. Li considerava dei traditori.” Basta allattare serpi nel petto” gridò un giorno riferendosi soprattutto a Consagra.
Non mancavano le goliardate trasgressive, tipiche delle volgarità di provincia. Se no che goliardate sono.
Una sera  Consagra, evidentemente sotto gli effetti di qualche bicchiere in più, propose di eleggere “Miss Culo”. Era una sfida al puritanesimo post rivoluzionario del PCI e soprattutto ai suoi dirigenti. Le uniche che accettarono di partecipare a quel gioco furono Oretta Fiume, ex fidanzata di Consagra e poi  compagna di Turcato e Clotilde Scarpitta compagna dell’artista siciliano.
Una sera, sempre Consagra, in preda a uno dei suoi imprevedibili istinti, la combinò grossa.
Tra le tante ragazze che frequentavano l’osteria, vi era Carmen Scarpitta, giovane attrice di prosa. La ragazza, avvenente,bionda, portava i capelli lunghi a treccia che le cadeva sulla schiena.
Consagra non sopportava i capelli a coda di cavallo e promise che un giorno, se non lo faceva lei, glieli avrebbe tagliati.
Una sera, lo scultore, come aveva promesso, afferrò un paio di forbici e le recise i capelli che gli restarono in mano tra un silenzio allibito dei presenti.
Consagra ostentava indifferenza mentre la ragazza scoppiava a piangere.
Fu qualche attimo dopo che egli, nel guardare gli altri, impallidì, forse sorpreso per quel gesto così violento. Consagra tuttavia non si scusò, non giustificò il suo gesto; anzi sostenne che una ragazza moderna doveva liberarsi da quelle arie da collegiale chela treccia le dava.
La reazione di Scarpitta, dinanzi a quel gesto che umiliava la sorella, anche se stizzita, fu contenuta e con grande sorpresa gli disse:
”Parli così perché sei calvo!” Quel gesto di violenza riportò alla memoria quello dei partigiani che rapavano, come atto di castrazione e di umiliazione, le ragazze fasciste.
Quell’episodio suggerì a Ugo Pirri, testimone quella sera del taglio di capelli, il libro  Jovanka e le altre e poi un film.
Pietro Consagra in posa con la sua sagoma da bambino
(Carla Lonzi, Autoritratto)

Una sera, nello studio di Mafai, ognuno doveva scrivere una propria storia da pubblicare a fine anno in un almanacco.
Consagra scrisse la storia del suo primo amore per una ragazza del suo paese alla quale non ebbe mai il coraggio di rivolgere la parola. Era intimidito dalla sua bellezza. Alla fine, perché lei si accorgesse di lui, modellò una statua che avrebbe dovuto essere collocata sulla facciata di una chiesa al centro del suo paese: Mazara del Vallo.
Erano consapevoli questi giovani artisti che il loro successo dipendeva dall’essere notati dai critici, quelli che poi consigliano ai collezionisti o ai musei di comprare le opere. Per questo erano gelosi l’uno dell’altro. Cercavano l’esclusiva. Se venivano a conoscenza della presenza di un collezionista o critico d’arte importante, si faceva di tutto per non farlo sapere agli altri, al fine di condurlo nel proprio studio e  mostrare le  proprie opere.
Consagra al lavoro nel suo studio (da L'Europeo,1963)
Così quando Consagra seppe che Chrstian  Zervos,editore e direttore dell’autorevole Cahiers d’art, sarebbe venuto a Roma, fece di tutto per conoscerne l’itinerario, intercettarlo e condurlo nel suo studio, in via Margutta 48.Consagra fece di tutto per nascondere la notizia agli altri per timore che lo potessero precedere e trascinarlo davanti alle loro opere per  impedirgli di visitare gli altri studi. Erano amici sì, ma concorrenti accaniti. Senonchè Turcato, che aveva lo studio attiguo e comunicante a quello di Consagra, e che sapeva dell’arrivo di Zervos, fece in modo che lo sapessero anche gli amici.  Così, quando Zervos e Consagra  entrarono nello studio, lo trovarono pieno di giovani artisti ansiosi e contemporaneamente emozionati di parlargli e di ascoltarlo.(Inserire foto di Consagra a colori dall’europeo)
Consagra con il sen.Ludovico Corrao

Quella trattoria degli artisti attirò anche i critici dall’estero, e con essi i cultori e i collezionisti dell’arte astratta. Si organizzarono le prime mostre, si aprirono per loro le porte della Biennale
I musei, i collezionisti, le gallerie private incominciarono a mostrare sempre più interesse per l’arte astratta. Seguirono i successi intercalati da delusioni.

*  Ugo Pirro:   Osteria dei pittori. Sellerio 1994.












lunedì 20 aprile 2015

Il degrado della Fontana di Consagra. Irritazione dell'Associazione Archivio Pietro Consagra.

 La fontana di Pietro Consagra (foto L.Tumbarello)
 La moglie dello scultore mazarese delusa per l’indifferenza dell’amministrazione comunale. Intanto la più famosa delle fontane del maestro versa in uno stato di incomprensibile abbandono. 
«Non ci sono soldi per restaurare il gruppo scultoreo della fontana  di Consagra». È quanto si sono  sentiti rispondere  dall’Amministrazione Comunale gli inviati  dell’ Associazione Archivio Pietro Consagra  presieduta dalla moglie dell’artista prof.ssa Gabriella Di Milia.
La notizia è stata sottaciuta dai media locali, non è stato emesso alcun comunicato stampa da parte del Comune di Mazara. Attorno a essa il silenzio è assoluto.
Tuttavia a Milano, nella sede dell’ Associazione Archivio Pietro Consagra, quel «Non ci sono soldi per restaurare l’opera di Consagra»   è stato accolto con irritazione e fastidio. Non ci sono i  soldi  per iniziare un serio provvedimento di recupero e di conservazione della fontana che il maestro ha voluto donare alla sua Città.
Chi ha avuto modo di parlare con la Di Milia, ha avvertito nella sua voce delusione e sconforto.  La relazione degli inviati  all’Associazione Archivio Pietro Consagra è stata tranciante: « La fontana e gli elementi scultorei si trovano in condizioni penose», così racconta Gabriella Di Milia al suo interlocutore.
Pietro Consagra non meritava un simile trattamento dalla Sua Città e dai suoi concittadini, sono anni che lo scrivo.
Eppure è la stessa moglie di Consagra a non avere niente in contrario che la nuova passeggiata del lungomare venga intitolata all’artista mazarese, essendo nel progetto, destinata  e immaginata come luogo in cui  collocare delle opere en plein air del maestro.   Gabriella Di Milio ha posto però una condizione: «Che  il comune si impegni a restaurare contemporaneamente  il gruppo scultoreo sito in Piazza Mokarta».
Però se non si restaura la fontana di Consagra, non ci sarà il  consenso da parte dell’Associazione all’intitolazione.  
“ Gli esseri venuti dal mare” questo il nome dell’opera bronzea di Consagra, che i mazaresi hanno beffardamente e rozzamente  chiamato “ quattro di bastoni”, si trova in condizioni di  indicibile deterioramento, coperta da incrostazioni calcaree e licheni, è  da anni bisognosa di interventi mirati, da affidare a degli esperti, per ricomporre alcune placche metalliche andate perdute e per sostituire l’intero sistema degli ugelli di uscita dei getti d’acqua. Un intervento di restauro e di conservazione consentirebbe alla collettività e ai turisti di potere godere di una delle opere di indubbio valore estetico ed artistico che tutte le capitali del mondo vorrebbero avere. Mi chiedo cosa hanno fatto e stanno facendo i  vari assessori alla cultura o i consulenti culturali che si sono avvicendati nel tempo. La stessa vasca appare in condizioni di incuria totale.
 Consagra, visto lo stato di degrado in cui versava la sua opera ebbe a dire:« questa scultura senza il gioco delle acque non significa nulla, piuttosto che togliere o modificare il gioco delle acque distruggetela».
 Il pessimo stato dell’intera fontana dà l’idea dell’indifferenza e del disamore  della città verso il  bello,  verso la cultura, verso l’arte, verso il proprio patrimonio artistico e  soprattutto verso l’Artista. Le attuali condizioni della Fontana di Consagra insieme a quel che resta dell’Arco Normanno, ad essa vicino, esprimono l’incultura, la superficialità, la negligenza di una collettività che si dimostra ancora una volta “scopina della sua storia e della sua identità”. 
Non ci sono soldi per restaurare il gruppo scultoreo della fontana  di Consagra? Ma è tanto difficile per una amministrazione che della cultura fa a parole il suo vessillo e che in campagna elettorale si è vantata di avere ottenuto finanziamenti più di ogni altra città della Sicilia, trovare qualche decina di migliaia di euro o degli sponsor importanti,  nazionali o internazionali, disposti a finanziare il recupero dell’opera d’arte? La fontana ha meno dignità della costosissima  chiatta o della Rotonda del lungomare? Questa collettività è avviata  inesorabilmente verso il proprio triste  declino culturale e sociale, avendo perduto la capacità di indignarsi e di alzare la voce dinanzi alla dissoluzione di parte del proprio patrimonio artistico.