Si dovevano toccare temi importanti , almeno nella seconda tornata relativa al ballottaggio, in queste elezioni amministrative, invece, gli elettori sono stati costretti ad assistere ad una campagna elettorale aspra nei toni, intollerante nei giudizi, imbarazzante nei comportamenti, inquietante nei messaggi, almeno da parte delle cordate contrapposte al candidato del PDL. Qualche innominabile personaggio di questo assembramento politico, è arrivato addirittura a ipotizzare ritorsioni se il candidato del PDL non la smettesse con le sue critiche politiche. L’innominabile è un galantuomo, personifica il bene, la legalità, la trasparenza, la morale, la ragionevolezza; i suoi comportamenti politici non possono essere messi in discussione, non possono essere scalfiti dal dubbio, perché la sua storia personale, il suo passato professionale, le sue capacità tecniche di risolvere gravosi e complessi problemi ne sono testimonianza. In una competizione elettorale si ha il diritto di esercitare una critica politica, anche forte, serrata, nei confronti di un galantuomo, quando questo diventa autore e attore principale di una strategia politica? Si possono fare rilievi sulle contraddizioni tra valori etici condivisi e comportamenti politici? Si possono mettere in discussione intrecci derivanti da alleanze non comprensibili e inopportune sul piano etico-politico? Sì, se queste critiche sono rivolte all’avversario, no se esse riguardano un galantuomo. L’innominabile , che evita il confronto diretto con l’avversario del suo candidato, fa arrivare il messaggio attraverso la fisiognomica del volto, lo sguardo duro, penetrante, fisso sulla telecamera, che mostra la rigidità della muscolatura mascellare. Il messaggio attraversa l’etere e arriva diretto al telespettatore, incute soggezione, mette in imbarazzo e anche timore. Viene aleggiato, come ritorsione , assieme al ricordo dello scioglimento per mafia del consiglio comunale della città avvenuto sedici anni fa, il rispolvero di una vecchia relazione prefettizia alla commissione parlamentare antimafia, (il tutto attraverso un linguaggio criptico) seguito da un fugace accenno persino a recenti avvenimenti di collusione tra politica e mafia avvenuti recentemente in questa città. Ecco, proprio di questi ultimi eventi si sarebbe dovuto parlare, molti aspetti oscuri avrebbero dovuti essere affrontati e chiariti, insieme alle responsabilità politiche di coloro i quali, consapevolmente o inconsapevolmente, si erano trovati nella bufera del dio dei venti. In questa campagna elettorale, di tutto ciò, da parte della coalizione facente riferimento agli innominabili, non si è parlato; anzi, si è fatto di tutto per deviare l’attenzione su aspetti marginali, ininfluenti, depistanti, che riguardano il lato caratteriale della personalità dell’avversario politico, attraverso toni scomposti e pieni di livore. L’obiettivo era nascondere la debolezza politica del proprio progetto attraverso l’enfatizzazione della demonizzazione dell’avversario. Codesti innominabili, però, non si sono mai posti il problema del perché lo sbracamento, il vituperio, la canea da cortile, il processo di delegittimazione veniva condotto con sistematica scientificità dagli uomini della loro candidata Di Giovanni; essi hanno fatto finta di non sentire, di non vedere; non si sono dissociati dagli inurbani interventi, non sono intervenuti a correggere le strambalate proposte, dal punto di vista scientifico, logico, socio economico, che la loro aspirante sindachessa ha continuato a dispensare con tanta leggerezza e superficialità come si dispensano i prodotti farmaceutici da banco. Come se non bastasse, in dispregio alle più elementari regole della democrazia, presi dalla paura di perdere politicamente anche la faccia, gli innominabili, contro ogni pudore, promuovono un affratellamento tra liste precedentemente avversarie e tra personaggi tra loro politicamente antitetici e incompatibili, al fine di creare comunque nocumento all’avversario. Si costruisce, con un artifizio interpretativo della legge elettorale, un mostro politico attraverso l’apparentamento di tutte le liste, ben dieci, contro il candidato del PDL,al solo fine, certi della sconfitta della loro candidata, di fargli un dispetto privandolo del premio di maggioranza. Una azione di “ livello tanto basso e volgare” che provoca rabbia, sconcerto e ribellione tra le stesse file di questa anomala, assurda e amorale “ grosse Koalitionne”. Ha inizio una lunga serie di dissociazioni, di distinguo, di defilamento politico da parte di candidati e di simpatizzanti i quali censurano apertamente, pubblicamente e politicamente gli accordi sanciti tra lo sconfitto Scilla e l’avversaria Di Giovanni. La “Armada Invencible” va sgonfiandosi , giorno dopo giorno, come un soufflé mal fatto e troverà nel voto degli elettori il Sir Francis Drake della sua velleitaria avventura.
Cartesio
mercoledì 17 giugno 2009
Un soufflè mal fatto
mercoledì 3 giugno 2009
Inclita Urbs

C’era una volta una Contea. Essa era governata da un aristocratico barbuto, potente, straricco, stracolmo di proprietà, nobili palazzi e ricchi feudi sparpagliati nelle diverse contrade che ricadono sotto
"Pammilus instituit liquide prope fluminis undam
Mazariam nomen Mazarus ipse dedit"
Questo Borgo, che millantava sì illustre progenie, era governato da gente andante, priva di una salda identità, dominata dal gene della piaggerìa e della trasmutazione, persone dalle cento maschere e dai mille travestimenti, anch’essi compiacenti e sensibili alle altolocate lusinghe, alfieri nell’espoliare il borgo dai suoi beni per offrirli alla disponibilità delle maestà. Non erano da meno i borgatari, sempre festaioli e voraci onnivori dell’effimero, impavidi demolitori delle belle e nobili vestigia del borgo, rimembranze della sua antica magnificenza. Costoro si mostravano, per natura, indifferenti scopini della memorie provetti sarti nel tagliare i panni addosso al vicino, unico reo delle proprie disgrazie. Questi indigeni erano anche proclivi ad arruolarsi sotto le insegne altrui, non facendo capo, il Borgo, a Signori di nobile casato. L’unico Signorotto di borgata, noto per il suo acume e la sua sagacia nonché per la sua insofferenza alle Signorie costituite, era stato relegato, in attesa di mettere fine alla sua alterigia, alla potestà di un piccolo feudo sperduto della Contea; al messere, però, per tenerlo buono,veniva sempre concesso uno scranno nel Consiglio della Corona, tale da potere soddisfare ai suoi bisogni e ostentare la sua nobilitate. Il Borgo, per le sue bellezze paesaggistiche e per la minchioneria dei suoi abitanti, costituiva meta delle scorribande delle popolazioni delle vallate circostanti, che una volta entrati, spesso vi dimoravano definitivamente vi aprivano botteghe, locande e attività commerciali, e si arricchivano con il benestare dei locali. Nel Borgo, ma in tutta
"Matronae insiliens anguis quique ubera siccet…
Heu quam magna olim, tam modo facta nihil"
venerdì 8 maggio 2009
La Politica e la cura delle parole
lezione di politica Francamente ci si aspettava di più. Il battesimo televisivo della neo nominata candidata sindaco di Mazara, Dott.ssa Vinnuccia Di Giovanni, non solo ha lasciato perplessi, ma addirittura ha sconsolato coloro che, persino tra i suoi fan, si aspettavano dalla pupilla dell’ass. Russo elementi di novità originali in termini politici e progettuali. Una grande delusione per i curiosi, una conferma per chi non aveva fatto mancare critiche sulla scelta della persona imposta dall’ex magistrato. Le fanfare e le grida di giubilo che hanno accompagnato la discesa in campo dell’assessore Russo, nella politica della” sua piccolissima città”, vanno affievolendosi via via che lo stesso presenta i punti cardini del suo progetto. In verità nessuno ha ancora capito il progetto, il programma, le motivazioni politiche né le buone intenzioni di questa anomala ed estemporanea coalizione. Ancora più sconosciute rimangono le qualità di competenza, di esperienza politica, di professionalità e di capacità progettuale certificate, a scatola chiusa, dall’assessore alla sanità nei riguardi della sua candidata. Sembra che l’ex magistrato stia per giocare, sul tavolo da poker, una mano a buio, se arriva addirittura ad affermare che “sul progetto e sulla candidata è pronto a rimetterci la faccia”. La candidata dell’ex P.M è apparsa impacciata, incapace di esprimere con compiutezza e con chiarezza concetti elementari di programmazione e ragionamenti politici. Molto scarno, incerto,vuoto e generico il suo linguaggio. In difficoltà nel dare risposte alle domande semplici dell’intervistatore, ha dovuto cedere quasi sempre la parola al suo mentore, apparso anch’egli fumoso nell’illustrare il suo progetto politico, impacciato e infastidito allorquando gli si è fatto notare l’incomprensibile e strana alleanza con la potente corrente giammarinariana. L’assessore Russo è sembrato arrampicarsi sugli specchi nel descrivere le capacità della sua pupilla, nel richiamarsi, questo si che è disarmante, alle sue qualità di buona madre di famiglia, alle di lei capacità dimostrate nel gestire la farmacia dell’ospedale, ai ricordi della brava e affettuosa compagna di classe. Si è trovato più a sua agio, l’assessore, a parlare di febbre suina e di riforma sanitaria. Ma non si può impostare un dibattito politico su questi temi. L’uso delle parole è essenziale in politica, chi non ne fa un buon uso o un uso limitato interrompe il filo di comunicazione con la gente. Le parole rappresentano il mezzo che permette il dialogo tra le persone; è attraverso di esse che vengono mandati messaggi che possono essere recepiti o respinti. Delle parole non se ne può fare a meno e pertanto il loro uso deve essere oggetto di particolare attenzione e cura: per numero e qualità. Il numero delle parole conosciute dai candidati ne identificano l’immagine, le capacità, le idee: più sono le parole che essi conoscono maggiore è la loro capacità di dialogo politico; da esse dipende anche l’assegnazione degli incarichi di responsabilità nel governo della cosa pubblica. Meno parole si conoscono, meno idee si hanno, minori sono le capacità di cogliere i bisogni e le possibilità di dare loro una soluzione. Il secondo aspetto è la qualità della parola. Le parole non devono essere ingannatrici, evanescenti, fumose, generiche, esse devono essere dirette, precise, chiare, univoche, prive di emozioni. Bisogna lasciar parlare le cose , quello che si intende fare, attraverso le parole. Esse devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere, tanto da far sentire tuttora attuale l’ammonimento di Socrate:”Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso ma nuoce anche allo spirito” (Fedone). Ha molto da studiare e da imparare la candidata sindaco insieme a qualche suo candidato avversario, ma il tempo scorre implacabile.
