Cartesio


Non c'è nulla interamente in nostro potere,se non i nostri pensieri.
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mercoledì 2 marzo 2011

La scuola pubblica contro la sacra dottrina del " Bunga Bunga"


Che il premier Silvio Berlusconi dimostri una conclamata disinvoltura  a sparare dichiarazioni sopra le righe tranne poi  rimangiarsele attraverso un ormai stantìo: “ come al solito sono stato frainteso”, sono piene le cronache. Prima si scaglia, in preda a forme di  delirio parossistico, contro i sempre presenti comunisti, ( per Lui il muro di Berlino non è mai caduto); poi la stampa di sinistra, a seguire i magistrati, “gente di psiche poco stabile altrimenti non farebbero quella professione” quindi le toghe rosse, il CSM, la Corte Costituzionale , la Presidenza della Repubblica,il Presidente della Camera dei Deputati, Anno Zero, Ballarò e L’Infedele per quanto riguarda la televisione, i sindacati di sinistra, le centinaia di migliaia di donne che scendono in piazza, gli studenti che invece di andare a fare la corte alle ragazze ( come faceva lui da giovane), protestano per una scuola migliore, i gay considerati sottospecie da isolare, ed infine la scuola pubblica dove non si ha “ La  Libertà di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, in cui gli insegnanti inculcano principi contrari di quelli dei genitori”. Così, per il premier Amico dell’Africano e dei più efferati dittatori contemporanei, gli insegnanti sono i responsabili del degrado culturale, etico,sociale, politico,della sana gioventù, perché con il loro insegnamento fatto di disvalori opposti ai sani principi dettati dalla dottrina del bunga bunga, minano alla base il sacrale rito della donazione  del proprio corpo al flaccido Creso di Arcore. Sull’argomento gli insegnanti e le insegnanti fan del Presidente del consiglio hanno qualcosa da dire?

lunedì 12 ottobre 2009

Quando l’odio ideologico erutta fango.



Tutto si può dire della ministro della P.I. Mariastella Gelmini: che sia incompetente per guidare un ministero così complesso e problematico, che abbia un approccio complicato con l’intero sistema dell’Istruzione che va dalla scuola primaria all’università per finire alla ricerca, che non abbia qualità e capacità, che non abbia autonomia programmatica, che sia priva di un vero progetto politico dell’intero sistema scolastico e formativo. In poche parole, i suoi detrattori hanno la legittimità di avanzare critiche se queste sono ben corroborate da argomentazioni e dati inoppugnabili, oppure se queste censure scaturiscono da ragionamenti politici. La critica è il sale della democrazia. Ma tutto deve avvenire nel rispetto delle regole, del bon ton e dell’educazione. In assenza di queste norme elementari dell’educazione, si entra nel campo dell’inciviltà, nel vilipendio, finendo con lo sguazzare tra le paludi miasmatiche dell’odio ideologico. E’ quello che sta avvenendo in questi giorni nella rete. Le poste elettroniche sono invase da squallidi messaggi sul vissuto della ministro, maldicenze addirittura sulla paternità naturale della titolare della P:I Quel che è più inquietante è che latori di tale putrescenza siano stimati uomini di riconosciuto livello culturale, appartenenti al quella sinistra ideologica moralizzatrice delle abiezioni altrui oltre che uomini di scuola ed educatori la cui funzione dovrebbe essere quella di promuovere etrasmettere valori non alienabili, tra i quali l’assoluto rispetto della persona. Cosa c’è ancora da aspettarsi da una sinistra che vomita simili deiezioni.?

venerdì 6 febbraio 2009

Si è ingrigito il prof.

Si è ingrigito il prof

di Roberta Carlini


Salgono in cattedra sempre più tardi. Sono i più anziani d'Europa. Per i docenti italiani è allarme invecchiamento.


E Lucia insegna inglese e l'anno scorso ha avuto per la prima volta studenti davvero 'suoi': finalmente in ruolo, quarantacinquenne, trent'anni di distanza dai ragazzi seduti di fronte a lei. Sua madre Antonietta, adesso settantenne, era salita in cattedra a 24 anni: tra la neoassunta professoressa di storia e il più giovane dei suoi studenti c'erano dieci anni di differenza. Di madre in figlia, la scuola italiana ha messo i capelli grigi, se non bianchi. L'età media dei docenti all'ingresso è quasi raddoppiata, e abbiamo i prof più vecchi d'Europa. Una situazione aggravata dall'ultima infornata di docenti, i 50 mila assunti col piano dell'ex ministro Giuseppe Fioroni. E bloccata per il futuro, con le scuole di specializzazione chiuse, i concorsi aboliti e le antiche graduatorie dei precari sigillate. Una ipotetica nipote di Antonietta, se avesse oggi 24 anni, non potrebbe neanche bussare alle porte della scuola. "Così, stiamo perdendo una generazione di insegnanti", lancia l'allarme la Fondazione Agnelli, che ha fotografato il fenomeno e presenterà l'11 febbraio a Roma il 'Rapporto sulla scuola 2009'.
Come Lucia, sono state in tante le ultraquarantenni approdate in cattedra con il piano dei 50 mila. In gran parte donne, con alle spalle una lunga permanenza nelle graduatorie scolastiche che da decenni sono la fonte di reclutamento prevalente. Anzi unica, visto che dal '99 non si bandiscono più concorsi nelle scuole. Da allora, l'età media dei docenti di ruolo italiani è cresciuta di quasi quattro anni: adesso è sui 50. Con lo sbarco dei 50 mila non sono arrivate forze fresche, tutt'altro. Il 'Rapporto' mette sotto la lente le new entry, con una ricerca condotta in Piemonte, Emilia Romagna e Puglia (in totale circa 10 mila neoassunti, in pratica uno su cinque). Ne viene fuori un'età media di ingresso di 41 anni e due mesi: vale a dire che i docenti del 2008 hanno ottenuto la cattedra con quasi vent'anni di ritardo rispetto ai loro colleghi degli anni '60. Ma non è tutto. Dentro le medie, come sempre, c'è di tutto. Anche un buon 13,7 per cento di neoassunti tra i 50 e i 60 anni, e un 1,2 che sta addirittura al di sopra dei 60: dunque potrebbe essere andato in pensione subito dopo essere entrato in ruolo. Mentre i neoassunti con meno di 30 anni sono solo il 2,5 per cento del totale.
Come si spiega questo enorme balzo in avanti dell'età media? "Si è creato un imbuto per entrare nella scuola, e questo rallenta tutto", dice Stefano Molina, ricercatore della Fondazione Agnelli. Lo confermano i numeri sugli anni di precariato dei neoassunti: 10,7 in media, con un crescendo dalla materna alle superiori. Qui, il 54,6 per cento dei docenti assunti ha più di dieci anni di servizio alle spalle, proviene dal precariato lunghissimo delle graduatorie e delle supplenze. I contenitori delle infinite liste d'attesa, fatti come un recipiente con due tappi: con il tappo A pronto a riaprirsi da un lato man mano che le immissioni in ruolo lo svuotavano dal tappo B.

È successo anche nell'anno della fuoriuscita dei 50 mila, compensati subito da nuovi ingressi, finché l'allora ministro Fioroni non ha chiuso il tappo A, e la lista d'attesa è diventata 'a esaurimento'. Ciononostante, ancora adesso è assai numerosa: è un esercito di 336.337 persone. Va detto che tra queste oltre 70 mila sono già docenti di ruolo, iscritti nelle graduatorie solo perché vogliono cambiare materia o scuola: e però, anche senza considerare questi ultimi, abbiamo comunque 260 mila precari in lista d'attesa, età media 37 anni. È vero che sono alle viste un bel numero di pensionamenti (300 mila in dieci anni, prevede il 'Rapporto'), ma con i tagli delle ore di lezione, il maestro unico e le eventuali nuove regole sulle pensioni, c'è da scommettere che prima che questo esercito entri in ruolo la sua età media si sarà alzata di un bel po'. Secondo stime ministeriali, i tempi d'attesa per insegnare materie letterarie alle superiori sono di nove anni, mentre per lingue straniere sono addirittura 21. Fanno eccezione solo le graduatorie delle materie scientifiche al Nord, che sono già quasi esaurite (e in assenza di concorsi si comincerà ad assumere supplenti, ricominciando ad alimentare il precariato).

continua

lunedì 24 novembre 2008

Le classi ponte

Le Classi ponte

Perché scandalizzarsi sulla formazione delle classi ponte? Chi opera nella scuola sa che sono necessarie. Non costituiscono una sorta di apartheid, come qualcuno, con scarsa buona fede, vuole fare intendere, ma una necessità. Il sistema scolastico aperto a tutti, anche a coloro che non presentano le minime conoscenze di base della lingua italiana, è semplicemente idiota. Ciò ha contribuito ad abbassare il livello della nostra scuola, soprattutto in riferimento alla scuola media e agli istituti di istruzione superiore di 2° grado. L’immissione tout court di alunni immigrati nelle classi, in particolare, per quanto riguarda la scuola media, spesso con metodi scriteriati, serve solo a fare raggiungere quei numeri che possano consentire al dirigente di giustificare la formazione di un certo numero di classi. Se la finalità potrebbe essere nobile, come il mantenimento del numero dei docenti o del personale ATA, oppure il mantenimento di introiti finanziari da parte del ministero e degli enti locali, senza i quali gran parte dell’attività scolastica ordinaria non potrebbe essere svolta, tuttavia, il fine, per quanto apprezzabile, non può prevalere sull’interesse generale, che è quello di dare all’utenza una scuola che funzioni, che educhi, che formi, che integri. La scuola non deve essere un contenitore di anime, ma un luogo in cui gli alunni crescono insieme, si complementano, si formano culturalmente e socialmente, si rispettano, si comprendono, si scambiano esperienze e tradizioni, litigano e solidarizzano. La scuola, come tale, deve essere di tutti, degli italiani e dei magrebini, degli slavi e dei cinesi, dei filippini e dei moldavi, purché parlino tutti la stessa lingua. E’ la lingua che dà il senso di appartenenza. Il processo di integrazione non può avvenire in un contesto in cui al posto di una sola lingua sussista il multilinguismo. La Babele linguistica favorisce il multiculturalismo con i suoi compartimenti stagni, isolati, non comunicanti. In un siffatto contesto, le incomprensioni sono, spesso, causa di risentimento verso l’altro. Il ragazzo immigrato percepisce la diversità come disagio e lo manifesta con il risentimento verso i compagni, ritenuti privilegiati e nei confronti dei quali si pone in costante atteggiamento conflittuale; verso gli insegnanti, i quali non prestano la dovuta attenzione alla sua diversità; verso le istituzioni, dalle quali non si sente tutelato; verso l’intera società, dalla quale si considera avversato ed escluso. La difficoltà di comprendere la nuova lingua è alla base dell’insuccesso scolastico e dell’abbandono degli studi, precludendone l’inserimento nel mondo del lavoro. Ciò è un peccato, poiché spesso i ragazzi immigrati, conoscono più lingue rispetto ai loro coetanei italiani, condizione questa, che in seguito, risulterebbe favorevole nel percorso di formazione e di inserimento nei processi produttivi. Cercare di spiegare il Teorema di Pitagora o i Teoremi di Euclide, fare capire la differenza tra i concetti di uguaglianza e di equivalenza, per fare qualche semplice esempio, a dei ragazzi, spesso di età più avanzata dei loro compagni di classe, inseriti per la prima volta in un contesto estraneo a loro, senza che sia dato ad essi la possibilità di apprendere i primi rudimenti della lingua italiana, è praticamente impossibile. Tali inserimenti risultano devastanti, dal punto di vista didattico – educativo, per tutti gli alunni della classe; risultano, inoltre, frustranti per gli insegnanti, aumentando in essi il senso di scoramento e facendo sentire inutile il loro lavoro. Ben vengano le classi ponte, anzi, dovrebbero essere gli stessi ragazzi immigrati , insieme alle loro famiglie, a richiederle, se si vuole una vera integrazione e acquisire una nuova cultura di appartenenza
Semmai, i problemi sono di natura economica. Con quali soldi e con quali insegnanti? Se l’intenzione è di dislocare nelle classi ponte personale in esubero, vedi insegnanti di sostegno, allora sarebbe meglio non farle. Una soluzione all’italiana, rabberciata, approssimata, lasciata all’improvvisazione e alla fantasia dei dirigenti, provocherebbe più disastri e peggiorerebbe la situazione scolastica rispetto a quella attuale. Poiché, la politica economica del governo è orientata sui tagli al sistema scolastico,anziché sull’incremento delle risorse finanziarie, tutta l’operazione sembra più un gioco dialettico che sostanziale Di tutto ciò, sarà ancora una volta, l’intero sistema scolastico a soffrirne. Ce lo possiamo permettere?

L.T