Cartesio


Non c'è nulla interamente in nostro potere,se non i nostri pensieri.
Cartesio

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domenica 29 maggio 2016

Presentato il volume Dialoghi Mediterranei. Antropologia delle migrazioni


Presentato ieri pomeriggio, nella bella cornice del Teatro “Garibaldi” di Mazara, il volume DIALOGHI MEDITERRANEI - Antropologia delle migrazioni, edito dall’Istituto Euroarabo di Mazara.
Si tratta di una raccolta antologica consistente in venti articoli, degli oltre quattrocenti pubblicati dal bimestrale on line Dialoghi Mediterranei dello stesso istituto culturale. Il volume rappresenta, sul piano culturale e soprattutto su quello dell’attualità, un esempio di analisi del fenomeno immigratorio visto e spacchettato secondo angolature diverse, raccontate da giovani antropologi o neo laureati in antropologia, in gran parte provenienti dall’Università di Palermo, secondo un processo di decostruzione del fenomeno, in cui l’attore o gli attori sono gli immigrati, ciascuno con una propria storia. Un volume di piccole storie, brevi saggi in cui il fenomeno immigratorio viene raccontato con quella che è la sua essenza intima, l’umanità. È l’umanizzazione dell’altro con tutto ciò che ne scaturisce: la speranza, la nostalgia, la delusione. Articoli in cui sono gli stessi immigrati, intervistati, a denunciare il mercificio in cui si sono stati trasformati alcuni centri di accoglienza, Interessante, a proposito quello sul CARA di Mineo. Volume di testimonianza, in cui l’immigrato non rappresenta solo il problema, ma sempre più spesso una risorsa, e che contribuisce a riempire un vuoto sull’informazione del fenomeno migratorio raccontato nei e dai  media. Interessanti i contributi dei relatori, Gabriella D’Agostino e Mario Giacomarra dell’Università di Palermo moderati da Antonino Cusumano presidente dell’istituto Euroarabo. 
La stampa del volume è stata possibile grazie al contributo di un privato che lo ha interamente finanziato. A tutto il pubblico presente è stato fatto omaggio, da parte dell'Istituto euroarabo, di una copia del volume.

domenica 14 febbraio 2016

Il messaggio di Eric Lamet. Invito al perdono.

Eric Lamet (foto L. Tumbarello)

Non è di tutti i giorni che una manifestazione culturale, condotta in modo raffinato, faccia scoprire alla collettività, dopo uno spazio temporale abbastanza lungo, una storia iniziata nel più tragico dei modi, e che da quella follia umana possano nascere dei valori e degli insegnamenti che elevano l’uomo ad una dimensione superiore. Non è facile perdonare, soprattutto quando la propria vita è stata segnata dalla più grande atrocità che il mondo avesse mai visto, ancor più, quando, di tutta la propria numerosa parentela, si sono perdute le tracce nei campi di sterminio nazisti. Tuttavia, può succedere, che, se analizzato da un punto di vista diverso da quella tragedia, che la Arendt definì “la banalità del male”, il bene possa avere il sopravvento sul male e il perdono sull’odio, non rinunciando al ricordo. Sapere perdonare è l’insegnamento che alla fine l’autore vuole trasmettere ad un pubblico attento, emotivamente coinvolto. Non è facile perdonare, ci vuole tempo, occorre scavare in profondità nell’introspezione di se stessi, andare alle proprie radici, sapere raccogliere da quella banalità del male quanto bene può sgorgare, considerarlo un dono da portare con se per sempre.

Eric Lamet, il suo nome di nascita è però Erich Lifschutz, ebreo polacco, infanzia trascorsa a Vienna, cresciuto in Italia, maturato negli Usa. Apparentemente una storia come tanti altri costretti a provare l’orrore della diversità razziale, tuttavia al contrario degli altri, considera quell’ingiustizia subita un dono dal proprio nemico. Quel confino che lo ha relegato, insieme alla madre, a seguito delle leggi razziali contro gli ebrei, in un paesino sperduto dell’appennino campano, lontano dalla civiltà, e dove ha la fortuna di incontrarvi un siciliano, di Mazara del Vallo, che lo plasmerà sul piano degli affetti, della formazione e soprattutto della crescita, verrà considerato, da Eric, un regalo da preservare per tutta la vita.

Oggi Enrico è un giovane ultraottantenne dagli occhi vispi, curiosi, dal sorriso pronto, bell’uomo, e soprattutto testimone di un passaggio epocale di società e modi di vivere diversi, una trasformazione antropologica che lo ha sedotto e forgiato sul piano umano.
Rosario Lentini, Eric Lamet, Antonino Cusumano (foto L.Tumbarello)
Lamet non racconta, dialoga con i suoi interlocutori, lo storico Rosario Lentini e Antonino Cusumano dell’Istituto Euroarabo di Mazara. Soprattutto dialoga con il pubblico. Lo fa in modo affascinante, con linguaggio suadente, lo sguardo benevolo e commosso. Una grande umanità aleggia nelle sue parole, dense di amore e pregne della sofferenza che lui e la sua famiglia hanno dovuto subire. Soprattutto colpisce la serenità con la quale parla di quel momento di vita. Il suo è un atto di amore verso Pietro Russo, quel mazarese antifascista che conobbe durante il confino e che divenne il suo secondo padre, verso quello sperduto paesino che lo ospitò durante la guerra, verso l’America, in cui tuttora vive, verso i parenti di suo padre, i quali, nonostante le diffidenze iniziali, accettarono e riempirono di affetto i nuovi strani parenti di altra religione. Il libro è anche un atto di amore nei confronti di Mazara, città dove Eric portò l'urna con le ceneri del padre per conservarle nel cimitero cittadino.



mercoledì 3 febbraio 2016

Il Bambino Nel Paese Del Sole




Una bella storia di un bambino ebreo
e di un mazarese sconosciuta alla città.

L’Anschluss era avvenuta da appena due giorni quando le truppe naziste entrarono a Vienna. Quel 14 marzo del 1938 resterà una data impressa nella memoria di Eric che allora aveva 8 anni. Seguirono cinque giorni di sconvolgimenti nella vita del bambino che a quella età sarà costretto a vivere il suo primo trauma; fino allora aveva goduto di una vita ovattata e agiata grazie alla condizione economica della sua famiglia. Fu quel giorno che Eric perse l’affetto e le coccole di Millie, la sua affezionata giovane baby-sitter austriaca, alla quale era stato fino a quel momento legato. Quello stesso giorno la sua famiglia scoprì l’arroganza, la freddezza e la cattiveria della giovane collaboratrice domestica. Fu in quel 14 marzo che Eric e i suoi genitori provarono cosa vuol dire essere ebrei, loro, di origine polacca, che avevano scelto l’Austria come dimora felice e Paese di adozione. In quei 5 giorni progettarono la loro fuga; Vienna era diventata per loro inospitale. Fuggirono dalla città servendosi di un taxi con lo stendardo della croce uncinata. Eric ancora non conosceva il significato di quel simbolo, né il lucubre marchio delle SS.
Viaggiarono in treno prima verso la Francia, poi in Italia. Il padre ritorna in Polonia per seguire gli interessi familiari. Di lui e dei suoi parenti si perdono definitivamente le tracce dopo l’invasione della Polonia da parte dei tedeschi; la stessa sorte toccherà a centinaia di migliaia di ebrei polacchi.
Intanto in Italia, Mussolini aveva promulgato le leggi razziali per compiacere quello che sarà il suo alleato. A madre e figlio li aspettava il confino. La fortuna di Eric e di Lotti, la madre, è stata quella di essere stati confinati in uno sperduto paesino del sud, Ospedaletto d’Alpinolo, milleottocento abitanti, in cui il tempo sembrava essersi fermato al 1800; dove la gente camminava a piedi nudi, un villaggio di analfabeti, influenzato dalle antiche tradizioni e superstizioni secolari. A ben pensarci, più di una pena, forse fu un dono quel luogo di confino e di confinati politici, antifascisti ed ebrei, inglesi, polacchi, francesi, tutti considerati nemici del Paese. Tra questi anche due confinati politici italiani, uno dei quali mazarese.
Pietro Russo diventa il suo tutore. Le vita di Eric e del siciliano sono destinate a rinsaldarsi nell’affetto, oltre che nell’amicizia, quando Pietro Russo sposa Mutti, così il bambino chiamava sua madre Lotti. Ma il conflitto riverbera la sua crudeltà anche in quel paesino sperduto, ed Eric conosce le atrocità della guerra; il ragazzo è così costretto a crescere in fretta, sperimentare l'odio, sentire l'odore della morte. Scoprirà anche l’umanità di un popolo che non li abbandonerà e che lui non abbandonerà. Eric Lamet alla fine della guerra è rimasto in Italia, a Napoli, fino al 1950, dove ha studiato e si è laureato in ingegneria.
Pietro Russo e Mutti decidono, nel 1950 di intraprendere l’avventura americana; partono tutti per l’America. Là, Eric continua i suoi studi in varie università; il suo destino sarà ricco di soddisfazioni e di successo nel campo professionale. Ma non ha dimenticato il suo passato, torna spesso in quei luoghi e anche a Mazara, la città di colui che è stato padre e amico nella crescita.
È a Pietro Russo che Eric Lamet dedica il libro. Una pagina di storia mazarese sconosciuta alla città.
Eric Lamet: Il Bambino nell’Isola del Sole. Sperling&Kupfer Editore
Il volume sarà presentato dall’Istituto Euroarabo al Teatro “Garibaldi” di Mazara del Vallo venerdì 12 Febbraio 2016 alle ore 17,00
Dialogano con l’Autore:
Antonino Cusumano, Istituto Euroarabo
Rosario Lentini, Storico
Letture a cura di Gloriana Ripa

lunedì 23 novembre 2015

Mazara: incontro dibattito sulla Casbah


Sabato 28 novembre 2015 alle ore 17. 30
Teatro Garibaldi, Mazara
L’Istituto Euroarabo  in  collaborazione  con  l’associazione Alchimie
con il patrocinio del Comune di  Mazara del Vallo
promuove l’incontro-dibattito
La casbah di Mazara.
 Etnografia di uno spazio della migrazione
Intervengono
On. Nicolò Cristaldi, Sindaco
Francesca Rizzo, autrice della ricerca
Gianni Di Matteo, docente Accademia Abadir Catania
Coordina
Antonino Cusumano, Istituto Euroarabo

La casbah di Mazara del Vallo è quartiere di particolare densità storica e di rilevante interesse sociale e culturale, dal momento che conserva tracce significative della memoria urbana e vi sono oggi insediate comunità etniche diverse. La ricerca che viene presentata,condotta da Francesca Rizzo, laureata in Antropologia culturale, ne ha esplorato le dinamiche relazionali, i processi di appropriazione e di rifunzionalizzazione degli spazi, le forme dell’abitare e del convivere, tra conflittualità e solidarietà. Un’occasione per conoscere una realtà architettonica in trasformazione, per capire il ruolo della presenza degli immigrati stranieri, per discutere del centro storico e per riflettere sulle sue possibilità di sviluppo.