Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.
René Descartes - Cartesio

domenica 17 agosto 2014

L'Istituto Euro Arabo presenta il libro "LAMPADUZA "



Con il patrocinio dell'Amministrazione Civica di Mazara del Vallo, l'Istituto Euro Arabo organizza, venerdì 29 agosto 2014, alle ore 21.00, nell'Atrio del Palazzo dei Carmelitani, la presentazione del volume di Davide Camarrone, Lampaduza, edito da Sellerio.
«Terraferma è il nome che le isole più piccole danno alle isole più grandi: per Lampedusa, la terraferma è la Sicilia, e per la Sicilia, la terraferma è l’Italia, l’Europa. È solo questione di proporzioni. Di relazioni»  Così scrive Davide Camarrone, noto giornalista della Rai di Palermo, autore di numerosi saggi, testi teatrali e racconti. Il libro è un esempio di giornalismo coraggioso e ragionato, testimonianza e diario di quanto sta accadendo nell'isola frontiera del Mediterraneo. La lettura di  Lampaduza – così la chiamavano gli arabi – offre l'opportunità di ripensare le questioni più scottanti dell'attualità politica e culturale.
Alla presentazione del volume sono previsti gli interventi del Sindaco, on. Nicola Cristaldi, e del Vescovo Mons. Domenico Mogavero. Ne discuteranno con l'Autore Vincenzo Maria Corseri e Antonino Cusumano, dell'Istituto Euro Arabo.  L'attrice Ermelinda Palmeri leggerà alcuni brani del libro.

 



giovedì 3 luglio 2014

Somiglianze



di    Clelia Bartoli

Il racconto di un incontro fortuito tra due giovani ragazze in cerca di identità, straniere entrambe ma in diverso modo…


Sari frusciante e inamidato, ancora troppo vaporoso ma di grande effetto, di colore sfacciato a confronto con i sobri toni del blumarron-grigiobeige imperante tra muri, abiti, divise ed auto dell’italico suolo.
Silvia avanza impacciata e orgogliosa nella sua nuvola confetto, la segue una valigia a rotelle contenente i pochi effetti che traghetteranno con lei dalla vecchia alla nuova vita. È arrivata al porto, raggiunge il molo, si imbarca, salpa sull’attempato traghetto che rimbalza, anni or sono, tra Palermo e Civitavecchia.
Ricevute le chiavi, Silvia si avvia versa l’economic cabin. Tale alloggio marino a buon mercato è un loculo biposto, privo di oblò, mancante di bagno e, se si viaggia soli, da condividere con passeggero sconosciuto; l’equipaggio non garantisce sulla compatibilità caratteriale, ma si premura di evitare pernottamenti promiscui: uomini con uomini, donne con donne.
La ragazza aggrovigliata nel sari con a seguito il fagotto rotante ripensa alla sua scelta, a ciò che lascia e a ciò che troverà, giunta davanti alla porta l’apre di scatto, dimentica di potervi trovare l’altro femmineo essere con cui spartirà la notte. Sundari, già alloggiata nella cabina, sobbalza all’ingresso improvviso.
Silvia e Sundari si ritrovano faccia a faccia: Silvia nel suo sari color fiore di loto appena colto, Sundari nei suoi jeans sbiaditi, Silvia rosea e dalla composta treccia bionda, Sundari dalla pelle marrone con corti capelli nero corvo.
A causa dello spavento o per la meraviglia, Sundari non si trattiene e, soffocando una risata, le chiede: «Come ti sei conciata?». La domanda non voleva essere irriverente, anzi sorgeva da un istinto protettivo da sorella maggiore: a Sundari era apparsa imbarazzante l’immagine di quella ragazza italiana infagottata in un sari fucsia squillante, ancora incapace di indossarlo con la dovuta dimestichezza, con le piegature mal fatte che le creavano un disarmonico bozzo sull’addome. Per riparare al quesito indiscreto e volendo salvare la fanciulla da un farfugliamento in cerca di una risposta convincente, Sundari aggiunge: «Scusami, intendevo dire che le pieghe del sari non sono fatte come si deve e così forse sei un po’ scomoda, se vuoi ti aiuto a indossarlo meglio». Silvia annuisce, pur di non rispondere all’interrogativo che l’aveva gettata in confusione, e si lascia sfilare il sari dalla gonna sottostante, Sundari lo piega con perizia e glielo rimodella addosso dandogli una forma aggraziata che la soddisfa alquanto. L’intimità di quella operazione spazza via il disagio e allestisce tra le ragazze un clima di confidenza.
«Il sari è un vestito bellissimo – commenta Silvia – ma è così difficile da indossare». «Quand’ero piccola anche a me piaceva molto metterlo, mi sentivo una principessa, era la cosa più simile ai vestiti di Barbie che conoscessi, ma adesso saranno anni che non lo metto più».
«Come mai? Se lo sapessi mettere come sai fare tu… Ma non vuoi più indossare i vestiti del tuo paese?»
«Beh, forse è proprio questo il punto, l’India è il mio paese? Sono in Italia da ventidue anni e ne ho ventisette. E poi senti da che pulpito: tu perché non indossi i vestiti del tuo paese?»
«Sto provando a diventare indiana, o meglio a diventare indù, sai sono appena andata via da casa e sto per entrare in una comunità induista. Ma tu sei induista?».
«In realtà non sono in stretti rapporti con Dio, non solo con Visnu e consorte, ma con Dio in generale. Se stai diventando induista saprai che Dio si copre con l’abbagliante velo di Maya per non essere troppo invadente, per lasciarci liberi; ma a me si è nascosto sotto una coperta spessa che non lascia trapelare nessuna forma, nessun indizio di una presenza oltre di essa e così me lo sono dimenticato o forse mi ha dimenticato. Il risultato è che mi sento più leggera e anche più spaesata. Spaesata è un buon termine: senza paese, nemmeno nell’aldilà. Ma non farmi filosofare troppo, a te com’è venuto in testa di darti all’induismo?».
«Potrei darti molte risposte: che sia stata l’insondabile misericordia divina a mettermi su questo cammino o il mio bisogno ostinato di risposte, la paura di crescere o la vocazione da missionaria. Sono tutte ragioni plausibili, ma sforzandomi di essere brutalmente schietta, proprio perché tra poco questa nave mi partorirà ad una nuova esistenza, ed è meglio iniziarla con sincerità, credo di essere in cerca di un’identità. Questo abito e questi segni che indosso testimoniano che ho fatto una scelta, che ho una fede e un’appartenenza, dunque fanno subito di me qualcosa di distinto, mi sembrava di non essere nulla senza distinguermi e l’abbracciare la religione indù così bella, intensa e così severa mi sembra il modo migliore per distinguermi».
«Buffo, sei il mio rovescio: la mia vita è stata ossessionata dal voler assomigliare. Per me identità ha sempre significato somiglianza piuttosto che distinzione. Volevo assomigliare alle mie compagne e ai miei compagni di scuola, rimanere indistinta nella scolaresca che sboccava dai portoni al suono della campanella e invece quelle signore imbiondite dai loro parrucchieri mi indicavano: “Ma che bellina quella bimba di colore. Chissà se mangia abbastanza? Ha delle gambette così secche”. Avrei voluto assomigliare a Candy Candy, alla maestra e alla Madonna; alla bambina dirimpettaia che non era un granché ma faceva simpatia a tutti; e invece trovavo il mio omologo solo in quelle illustrazioni da sussidiario di stupidi girotondi che stereotipano le razze del mondo, fingendo di rappresentare concordia e pace globale. E poi ho sempre odiato quella demenziale e martellante domanda “di dove sei?” che mi ricordava che c’era qualcosa in me che mi faceva apparire subito diversa. Ma soprattutto avrei voluto assomigliare ai miei genitori e invece, man mano che crescevo, siamo diventati sempre più dissimili e distanti. I miei non sono andati mai via dall’India, anche se hanno preso un aereo che li ha portati a Roma. In Italia hanno lavorato, hanno fatto casa, vissuto e forse ci moriranno. Ma solo ciò che succede in India è davvero importante per loro: le notizie, le persone e i personaggi di qui sono vaghe sagome sullo sfondo».
Silvia tenta di incoraggiarmi dopo aver ascoltato il mio sfogo: «Forse sono solo un po’ nostalgici, anche mio padre lo era quando lavorava al nord; ma mi sembra impossibile non assomigliare ai propri genitori».
«La lingua ci ha allontanato: l’italiano dei miei si è arrestato presto ad un livello bastante alla sopravvivenza, mentre diventava la lingua dei miei pensieri e dei miei sogni; la mia lingua madre si è fatta matrigna, ho quasi dimenticato il maharati. Le cose più intime, più profonde le avrei potute dire solo in italiano, ma né mia madre, né mio padre le avrebbero intese. E così è successo che ci ritrovammo ad abitare nella stessa casa e in due continenti diversi».
«E pensare che io ebbi un fremito di paura quando scoprii che crescendo stavo diventando sempre più simile a mia madre. Mi imposi di fuggire dal suo modello, non perché lo rinnegassi, ma per sentire che quello che sarei diventata era un’identità mia e non ereditata passivamente, non volevo crescere nella stampo utilizzato per i miei genitori».
«Penso di capirti. In fondo mi sento orgogliosa di essere cresciuta senza un’appartenenza rigida. Mi sento brava quando penso che sto reggendo, pur con un’identità malferma e confusa, senza modelli, essendo continuamente scambiata per qualcosa che non sento di essere; ma è faticoso e non so nemmeno se, potendo scegliere come rinascere, mi addosserei nuovamente il peso del costante smarrimento, ma soprattutto la solitudine del non assomigliare a nessuno».
«Anche io penso di capirti. Sto fuggendo dalla somiglianza verso la mia famiglia, dalla religione degli avi, dai copioni prescritti dalla tradizione, ma forse perché anche io me ne sento esclusa o meglio estranea; sto andando in cerca di un’appartenenza più forte, cerco compagni di fede, una famiglia sublimata o surrogata in cui essere nuovamente figlia. Ma a proposito tu dove stai andando?».
«Più che andare sto tornando, torno alla solita vita, e vengo da un concerto. Ogni tanto ci vado, perché c’è folla e c’è buio e tutti cantano con una sola voce e guardano nella stessa direzione. Durante quel paio d’ore mi sento uguale a tutti, è un’uguaglianza rozza, da gregge se vuoi, ma è il mio illusorio sollievo al non assomigliare a nessuno e poi mi piace la musica».
«Anche a me piace la musica».
«Allora forse non siamo così diverse».
«Forse vogliamo cose simili, per esempio io adesso ho voglia di dormire, e tu?».
«Anch’io, buona notte».
E la nave oscillando le condusse ad un nuovo porto, provvisorio rifugio.

 Fonte: DialoghiMediterranei, n.8, luglio 2014
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Clelia Bartoli, docente di “Diritti umani” presso l’Università di Palermo, già esperta presso la struttura di missione del Ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge. Dal 2013 è consulente, a titolo gratuito, del Comune di Palermo per le politiche relative alla popolazione Rom. Tra i suoi libri: le curatele: Sull’universalità dei diritti umani (Firenze University Press, 2003) e Esilio/Asilo. Donne migranti e richiedenti asilo in Sicilia (Ed. DuePunti, 2010). Le monografie: Il monoteismo hindu. La storia, i testi, le scuole (con Federico Squarcini, Pacini, 1997); La teoria della subalternità e il caso dei dalit in India (Rubettino, 2008);Razzisti per legge. L’Italia che discrimina (Laterza, 2012).
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martedì 1 luglio 2014

Tanta “canea” per nulla




Ci si aspettava, dopo le elezioni, con un consiglio comunale largamente rinnovato e abbellito, si fanno ammirare le dieci consigliere che ne fanno parte, un qualcosa di nuovo rispetto al  grigiore della passata edizione, almeno nella forma. Invece nulla è cambiato. Rimane consistente il numero dei consiglieri che hanno più legislature alle spalle, alcuni  riciclati altri convertiti, altri ancora pronti a farlo tra qualche mese, non per opportunismo ma per il bene della città. Rimane soprattutto da vecchia repubblica il modo di affrontare alcuni nodi  istituzionali, quali l’elezione del le figure istituzionali. Compaiono i giochini di come rendere noto il  voto nonostante la sua anonimìa. E lo fanno, i neofiti, con la scaltrezza dei navigati, non curandosi, che così facendo, rischiano di essere omologati al vecchio. Chi li guida ha i numeri per dimostrare, almeno questa volta, che le cose si possono fare con limpidezza, con trasparenza cristallina. Invece si preferisce ricorrere a sistemi che intorbidiscono lo stesso obbiettivo che si erano proposti, ovvero quella “generosa” apertura del vincitore verso l’opposizione. Ancor di più questi escamotages  si prestano ad interpretazioni e a speculazioni politiche assolutamente infondate e che rimangono una macchia sulla chiara vittoria di Cristaldi e la sua coalizione al ballottaggio. Il sindaco poteva evitare di sottoporre la sua  maggioranza, proprio in forza dei numeri, ad una sceneggiata tanta antipatica e discutibile sul piano formale per  rispetto della stessa consigliera eletta alla vicepresidenza del consiglio. E proprio perché si auspica quel cambiamento dei rapporti con l’opposizione o almeno con parti di essa, bisognava fare in modo che non si prestasse il fianco alle speculazioni. Invece con quelle strane votazioni si è cercato di avvelenare il clima, di fare gridare all’inciucio, a spargere zizzanie  per presunti accordi non confessabili tra Cristaldi e il PD, o parte del PD, oppure alcuni soggetti del PD. Così si è  trasformata una giornata di festa in una “canea” perché la maggioranza, e soprattutto le donne di quella maggioranza, non sono  state capaci di far prevalere quel messaggio che tutti si aspettavano, ovvero votare semplicemente la donna più rappresentativa dell’opposizione, facendolo in modo semplice e senza  quelle furbizie che mal si convengono a chi non è scaltrito in politica. Invece quelle donne, giovani, alle prime armi, inesperte, si sono lasciate ingrigire da un modo di fare politica vecchio. Per loro è stato un brutto esordio, ma avranno tanto tempo per rimediare, soprattutto avendo a che fare con una opposizione al di sotto della mediocrità, inadeguata, più votata alla “canea” che a misurarsi con la realtà.  Volere fare passare, in modo scriteriato, da parte dell’opposizione, la scelta della rappresentante del PD come un generoso “presente” conseguente  a fantasiosi  patti elettorali offende l’intelligenza stessa di chi insiste a insinuarli.  Proprio per la mancanza di logica, soprattutto se si considera la vicepresidenza del consiglio priva di valore politico e istituzionale. Che senso ha patteggiare il nulla? All’opposizione bisogna ricordare che la campagna elettorale è finita e che incominci a svolgere il suo ruolo con serietà e determinazione, senza scusanti. Per quel che rimane di quello che una volta era il PD, quella vicepresidenza sarà anche un conforto, però molto umiliante.

venerdì 20 giugno 2014

Mazara:un PD in pieno caos calmo

Finite le elezioni amministrative con il risultato che sappiamo e che tutti ci aspettavamo, ammainate le bandiere delle tante, troppe liste civiche, sembra che in città la politica sia caduta in catalessi, in particolare i dirigenti del PD, i quali evidenziano anche chiari e inconfutabili segni di catatonia. Perché solo il PD e gli altri no? Semplice, il PD dovrebbe essere, il condizionale è di obbligo, l’unico partito istituzionale con una propria struttura dirigenziale democraticamente eletta e legittimata da un regolare congresso. Di quel congresso si sa tutto, da come Giorgio Macaddino e le sue truppe cammellate hanno conquistato il partito e come una minoranza largamente sconfitta abbia accettato il risultato con grande mal di pancia. Questa ambiguità, che è una costante del PD degli ultimi anni è stata la causa della frana nelle ultime amministrative ed europee. Alla prima vera grande prova politica cui è stato chiamato, il PD ha svelato il suo vero volto: un partito privo di contenuti, di idee, di strategie, di programmi, di credibilità e per niente attrezzato ad affrontare una campagna elettorale. Al contrario, gli avversari si  sono dimostrati di gran lunga più organizzati e soprattutto più ancorati nel territorio. Il partito paga lo scotto di scelte irresponsabili avvenute dopo una serie di primarie e di alleanze che ne hanno messo a nudo tutte le sue incoerenze. Sul quel PD incombeva allora l’ombra di Torrente, tanto che nel suo segno Gucciardi ottenne una caterva di voti e la sconosciutissima Orrù veniva inaspettatamente eletta senatrice con grande gaudio dei trapanesi. Questi sono fatti incontestabili. Lo stesso Torrente era stato presentato e accolto nella casa madre in un gremito teatro e incensato pubblicamente dai vertici del partito, dal sen.Papania, all’on.Gucciardi per finire a Ina Agate allora reggente ad interim del partito a Mazara. Quella occasione doveva sancire l’investitura di Torrente come candidato ufficiale del PD alle prossime amministrative. Ma venne impallinato dalle solite anime angelicate secondo le quali la legittimazione del candidato doveva essere espressione di primarie. Sappiamo come è andata a finire; Torrente progettò il suo percorso politico autonomamente, fuori da ogni partito, costruendo una coalizione di liste civiche di oltre 8000 voti. Intanto tra una primaria e l’altra il PD mostrava il suo cinico trasformismo salendo sul carro del vincitore Renzi tanto che i renziani della prima ora divennero minoranza e gli ex Bersaniani, divenuti anche loro renziani per convenienza, si presero il partito attraverso un congresso farsa, privo di contenuti politici, in cui Giorgio Macaddino impone la forza dei numeri, mettendo a capo della segreteria una figura onesta ma politicamente modesta. Il PD ne esce lacerato con conseguenze disastrose sul piano dell’immagine, ancor più perché incapace di dotarsi di un disegno politico a pochi mesi dalle amministrative. C’è da chiedersi, alla luce dei risultati delle recenti amministrative, il senso di quella operazione. Intanto, in prossimità delle amministrative la nuova gestione sotto il diretto controllo del sindacato, apparsa incapace, da un lato, di dotarsi sia di un progetto politico in coerenza con la nuova politica imposta da Renzi, sia per la mancanza, all’interno del partito, di figure di rilievo da candidare alla poltrona di primo cittadino, è costretta, ob torto collo, a subire la candidatura alla carica di sindaco del dott. Pino Bianco, imposto da un gruppo di volenterosi di liste civiche, di esterni al partito e di varia provenienza politica. Il risultato è stato una disfatta del PD che non è riuscito a capire gli stravolgimenti della politica, anche all’interno dello stesso partito, con l’avvento di Renzi. A Mazara si è ragionato come se niente fosse successo; ognuno ha pensato di coltivare il proprio orticello e di ricavarne il massimo. Solo che non si sono accorti che le sementi che avevano in mano erano scadute e che non avrebbero germinato anche su un terreno ben fertilizzato. Il resto è cronaca di una disfatta annunciata.
I risultati elettorali delle europee, in particolare, hanno dimostrato che chi possedeva la golden share nel PD locale non era affatto in sintonia con quella che era la lunghezza d’onda della rivoluzione renziana. Una cosa era dichiararsi renziani per opportunità e un’altra è quella di muoversi secondo direttrici coerenti con il nuovo corso nazionale. Ciò non solo non è stato fatto, ma addirittura si è voluto proseguire in senso opposto. Vediamo come:
La designazione di Bianco ha rappresentato nel complesso lo stato di debolezza politica di quella classe dirigente del PD, nonché il suo stato confusionale, tanto da contraddire quelle che erano le condizioni non negoziabili di quelle anime angelicate, le primarie. La designazione di Bianco al di fuori di esse rivelava l’obnubilamento e la pochezza politica di quella classe dirigente.
Ciò non poteva che indebolire politicamente Pino Bianco dal punto di vista della legittimazione politica. Lo stesso Bianco, al di là delle buone intenzione, non è riuscito a districarsi da quella ragnatela mortale in cui era caduto dovendo subire un insieme di designazioni assessoriali che andavano in direzione opposta a quelle di un a nuova svolta. Mentre in campo nazionale Renzi presentava come capi lista facce nuove e fresche, tutte donne, il candidato del centrosinistra disegnava la sua squadra assessoriale con facce così vecchie che più vecchio non si può, non curandosi se il comportamento politico delle stesse fosse stato coerente, nel recente passato con quelle che erano le aspettative dell’elettorato. Ci si aspettava che il candidato della sinistra prendesse in mano il partito dandogli impulso e personalità. Così non è stato.
Il risultato è stato che il PD a Mazara è stato in controtendenza rispetto ai risultati nazionali, con la conseguenza di una debacle politica di enormi dimensioni. Di fronte a tanto disastro, nessuno della classe dirigente, pur perdendone la faccia, ha avuto il pudore di rassegnare le dimissioni.
Quali considerazioni bisogna trarne?
- Primo: dal punto di vista politico la dirigenza piddina ha dimostrato pochezza in termini di consensi e soprattutto di idee;
- Secondo: quel sindacato che ha consentito in altri momenti essere una formidabile macchina di voti, si è rivelato in questa occasione, del tutto disancorato dalla realtà, poco credibile, inoltre, sul piano della raccolta di consensi, a tal punto da non riuscire a far eleggere in consiglio comunale il suo rappresentante ufficiale, così come era stato stabilito da riunioni a livello locale e provinciale;
- Terzo, che non esiste un PD come soggetto politico. Ci si aspettava che dopo questi risultati avvenissero dimissioni di massa da parte dei responsabili di chi ha portato in PD in questo tracollo. Ciò non è avvenuto.
Credo che il rinnovamento passi attraverso una questione fondamentale: al sindacato, chiunque esso sia, non bisogna consentire di gestire la politica all’interno dei partiti, per qualunque fine. Mi auguro che nel bene del PD uomini dei sindacati ne restino fuori, almeno sul piano del controllo.