Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.
René Descartes - Cartesio

sabato 17 gennaio 2015

Il Sanfilippo ritrovato.


 di Anna Maria Sanfilippo


In una gradevolissima serata di luglio dell’anno scorso, a casa mia in campagna, durante una amichevole conversazione con gli attuali proprietari del villino di Scerbi, Milena e Paolo Sieli, circostanze favorevoli hanno fatto sì che potessi parlare dell’opera murale che Antonio Sanfilippo, cugino di mio padre, aveva dipinto durante l’estate del 1943, proprio nel villino di Scerbi a Partanna.
Paolo, ingegnere progettista, mi aveva comunicato che a giorni sarebbero iniziati i lavori di demolizione per la ricostruzione della casa di Scerbi che Milena, sua moglie, aveva ereditato dai genitori i quali l’avevano acquistata negli anni cinquanta. Mi raccontava che il bene era stato occupato impropriamente e che, solo a seguito dell’intervento dell’autorità giudiziaria, l’immobile, da poco, era ritornato in loro possesso.
Dopo averlo ascoltato, quasi lo implorai a ritornare indietro rispetto alla determinazione di abbattere il fabbricato, danneggiato gravemente dagli eventi sismici, ma certamente ancor di più dall’incuria e dall’abbandono che negli anni lo avevano ridotto in uno stato di precarietà assoluta, se prima non avesse verificato l’esistenza di quel dipinto murale di cui tanto avevo sentito parlare dai miei familiari.
Devo dire che li trovai particolarmente sensibili a quanto cercavo di argomentare; vollero che raccontassi loro quello che sapevo e ancor meglio quello che a casa, per primo da mio padre, poi dalla zia Concetta, sorella di Antonio Sanfilippo, ma sopratutto da mio zio Italo, fratello di mio padre, avevo sentito narrare.
All’interno di quell’immobile, “nella casa di Scerbi” mi dicevano, esisteva un grande dipinto che occupava le pareti della sala al primo piano. La casa di Scerbi rappresentava per lo zio Totò – così noi lo abbiamo sempre chiamato – un posto tranquillo, un po’ lontano dal paese dove gli piaceva andare a dipingere e dove si ritrovava spesso con gli amici.
La casa di Scerbi
La possibilità di riportare alla luce il dipinto murale, divenne un fatto concreto quando l’ing. Paolo Sieli, dopo alcuni giorni dal nostro occasionale incontro, con aria soddisfatta mi chiamò al telefono invitandomi a Scerbi. Mi accompagnò al primo piano e mi mostrò quello che era venuto fuori non appena sfiorato lo strato di calce color azzurro cielo che ricopriva le pareti. Era visibile già parte di un corpo nudo con chiare fattezze femminili, dai colori che andavano dal seppia al giallo scuro.
Ero felice, perché quel dipinto realizzato nella lontana estate del 1943, da tutti ritenuto perduto, ritornava e si concretizzava ai miei occhi. Dopo tale scoperta, i proprietari, piuttosto che proseguire nel progetto di demolizione, hanno deciso di avviare le procedure per l’elaborazione di un progetto di restauro dell’immobile, certamente più impegnativo da tanti punti di vista, e di avviare l’immediata messa in sicurezza del fabbricato, così da consentire a tecnici esperti di portarlo interamente alla luce attraverso un attento e accurato restauro.
Mio padre mi aveva parlato tante volte di quest’opera ma, come già accennato, è stata soprattutto decisiva la testimonianza dello zio Italo il quale, avendo avuto da ragazzo più volte occasioni di entrare in quella stanza, ed avendo più volte ammirato e direi quasi contemplato quel dipinto, è ancora oggi, in grado di descriverlo nei particolari, ricordando posture, colori, espressioni del volto di quell’allegra comitiva ivi raffigurata. 
Particolare del nudo
Io non ho certo le competenze per entrare in valutazioni critiche riguardanti il percorso artistico di Antonio Sanfilippo pittore; sarà compito degli studiosi quando l’opera giovanile sarà interamente riaffiorata e completato il relativo restauro. Quello che sento di dire è che, certamente sulla base di componenti affettive e di una sensibilità rafforzata via via negli anni, ho avvertito sempre più forte la spinta a documentarmi sulle motivazioni di fondo della sua ricerca pittorica, riscontrando un’affinità con il suo stile di vita misurato, tendenzialmente taciturno, ma straordinariamente ricco per profondità di sentire ed eleganza relazionale.
In seguito, per un ulteriore caso fortuito, l’ing. Sieli ed io parlammo del ritrovamento ad un amico comune, il professore Vito Zarzana,. Questi ne informò la direttrice del Museo Riso, prestigioso museo di arte contemporanea della Sicilia, la dottoressa Valeria Li Vigni la quale, dopo un sopralluogo e dopo avere visionato quella parte di dipinto che già era stato scoperto, certificò, con la consulenza del professore Bruno Corà, l’autenticità del dipinto murale denominato “l’Atelier” di Scerbi, opera giovanile di Antonio Sanfilippo.
L’impegno dei proprietari dell’immobile nell’eseguire, prioritariamente, i lavori di ripresa strutturale del fabbricato e successivamente i lavori di restauro del dipinto ritrovato, mi hanno dato un ulteriore impulso a continuare a contribuire a tutte le iniziative volte a portare definitivamente alla luce questo significativo e importante lavoro del giovane Antonio Sanfilippo.
Che si tratta di un lavoro di particolare interesse per la conoscenza del percorso artistico di Sanfilippo, lo affermava Benedetto Patera nel fascicolo-supplemento della rivista Kalòs (1991), interamente dedicato alla “poesia del suo segno-colore”: «Nel frattempo - egli scrive - a Partanna aveva dipinto a più riprese le pareti del villino di Scerbi, raffigurando, nella più ampia di esse, “l’Atelier”, per cui posarono alcuni dei suoi amici insieme alla ragazza partannese più in vista del momento: opera purtroppo perduta». Così nel catalogo “La vita e l’opera di Antonio Sanfilippo”, Pier Paolo Pancotto scriveva: «Nel 1943 tornato a Partanna per le vacanze estive è costretto a rimanervi a causa degli eventi bellici. Ottiene la cattedra di disegno presso l’Istituto Magistrale cittadino e si dedica alla decorazione (perduta) del villino di Scerbi». 
Veduta di Scerbi. Olio su tela, collez. privata
Per concludere, ritengo utile e pertinente citare alcune personali espressioni di Antonio Sanfilippo riguardanti la tenuta di Scerbi, vista da lui come “Atelier”: «Se mi inoltro nella valle, che è ai piedi della casa, ma un po’ discosta, mi accade di vedere cose che veramente mi estasiano. Una natura la più esuberante che si possa immaginare (…): alti alberi, salici, pioppi (…); il viottolo si interna tra macchie altissime dove spicca qualche tronco grigio perla o addirittura arancio e rosso. Con il sole che penetra tra i rami e le foglie diventa una magìa: gialli, verdi, rossi arancioni (...) come si fa a suscitare la stessa emozione? Mi sento incapace (…). In questi ultimi mesi sono stato in campagna (a Scerbi) ogni giorno (…). Ho dipinto paesaggi, ritratti, è stato bello. Anche se a volte non dipingevo, vivevo lo stesso esteticamente» (Catalogo Generale: 310).
Mi piace infine riportare qui di seguito la testimonianza di mio zio Italo Sanfilippo, autore, tra l'altro, di numerose pubblicazioni di interesse pedagogico e unica persona ancora vivente che ha visto tale dipinto nella fase dell’esecuzione e, successivamente, nella sua definitiva compiutezza.

La testimonianza del cugino Italo Sanfilippo
«Ho seguito con vivo interesse e particolare emozione le fasi progressive di ricerca che l’architetto Anna Maria Sanfilippo ha condotto con la particolare discrezione che il caso richiedeva, per poter approdare, sulla base di indici attendibili, al ritrovamento dell’esteso dipinto parietale eseguito da “Totò della zia Fedele”(così chiamavamo Antonio Sanfilippo nella cerchia parentale) nel suo villino di Scerbi, agli inizi della sua formazione pittorica.
Più volte con Anna Maria ne abbiamo parlato, non rassegnandoci all’idea che fosse definitivamente perduto. I passi fatti per giungere all’autenticità del rinvenimento sono stati resi noti ufficialmente nel corso dell’incontro tenutosi recentemente, il 23 novembre 2014, al Castello Grifeo di Partanna, cui hanno partecipato autorità competenti sul piano artistico-culturale e tecnico amministrativo.
Il mio apporto “a distanza” è consistito nel fornire nitide indicazioni, nonostante il tempo trascorso, che potessero garantire al tempo stesso l’autenticità della scoperta e la puntuale descrizione di quella gioiosa composizione pittorica, di chiaro sapore goliardico, più volte da me osservata e direi quasi contemplata.
Restano vive, infatti, nel ricordo, la naturalezza delle posture, l’armoniosa distribuzione del colore, l’espressione gioiosa dei volti da cui trasparivano le specifiche connotazioni temperamentali di ciascuno, che Totò aveva saputo rendere con sorprendente naturalistica incisività e con quella capacità di penetrazione psicologica che solo il genio pittorico riesce a realizzare.
Avevo all’epoca circa nove anni, ed ero di casa per la particolarità del legame parentale: mia madre e sua madre erano sorelle; mio padre e suo padre, oltre ad essere fratelli, erano entrambi maestri di scuola elementare, ed io sono stato alunno di suo padre negli ultimi tre anni della scuola elementare.
Questa particolare familiarità mi consentiva di frequentare spesso la loro casa, sentendomi affettuosamente accolto.
Erano gli anni dell’immediato dopoguerra, Antonio tornava in famiglia nel periodo estivo e trascorreva lunghe ore nel suo studio situato nella stanza attigua al salotto di casa o nell’atelier di Scerbi, dove si incontrava spesso con la sua cerchia fidata di amici.


Scerbi,Agosto 1937,Sanfilippo con familiari
Era il corpo umano, in quel tempo, oggetto specifico della sua ricerca pittorica, volta soprattutto ad indagare il mistero dei tratti del volto. Oltre ad eseguire diversi suoi autoritratti con esiti pittorici diversi, come gli esperti chiariranno, chiedeva spesso a persone della cerchia parentale e amicale di posare per lui.
Era poco loquace, ma, paziente, se gli esprimevo le mie curiosità sugli strumenti del suo lavoro (allora si dedicava anche alla scultura additiva), sul perché sulla tavolozza pasticciasse continuamente i colori con un ritmo tutto suo, e perché da un certo momento in poi non ritraesse più i particolari del volto umano, si disponeva a spiegarmi.
Ricordo ciò, a proposito di un suo particolare quadro di ispirazione biblica, riproducente il “Sacrificio di Isacco”, dipinto più volte modificato con valenza quasi catartica: dall’iniziale postura di Abramo nell’atto crudele di sacrificare il figlio, alla successiva scelta di rappresentare il momento risolutorio del dramma con l’intervento dell’angelo che gli restituiva illeso il figlio. Non è esclusa, a mio vedere, l’influenza di Carena che proprio in quel tempo in un suo dipinto del 1939 aveva raffigurato “Giacobbe che lotta con l’angelo” (cfr. Catalogo generale dei dipinti di A. Sanfilippo, a cura di Appella e D’Amico: 9), ma chi conosce la conflittualità (espressamente dichiarata da Antonio in una delle sue lettere del tempo) che egli ebbe con suo padre, il quale non condivideva e osteggiava la sua scelta di dedicarsi all’arte pittorica, non può non cogliere, nel rifacimento di cui sopra, la travagliata soluzione di conflittualità edipiche. Sono aspetti che solo ora riesco a cogliere nella loro autentica valenza esistenziale.
E fu allora, di fronte a quei due volti espressivi, ma non definiti nei particolari, che così rispose alla mia domanda: «Non sempre è facile far vedere quello che possono provare le persone in certi momenti». La riproduzione di tale dipinto, accanto a quello di “Veduta di Scerbi” è riportata a nel Catalogo Generale dei suoi dipinti (115).
Questi brevi cenni, per rendere chiara l’opportunità che ho avuto di rimirare il dipinto parietale recentemente ritrovato e non ancora pienamente riportato alla luce. Ho assicurato ad Anna Maria la mia collaborazione nella delicata fase del totale recupero. Spesso con Antonella, unica figlia di Totò, parliamo di questa fase giovanile di suo padre, alla quale lei è particolarmente interessata.
Addentrandomi, recentemente, nei contenuti e nelle puntuali valutazioni critiche di Appella e D’Amico, nel prezioso Catalogo cui si è fatto cenno, ho avuto modo di rilevare, sulla base di una documentazione inequivocabile, l’incidenza delle prime produzioni pittoriche di Antonio, realizzate nell’atelier di Scerbi, sulla sua successiva e pluridirezionale produzione pittorica, che ha toccato le vette più alte nella sperimentazione astrattista e spazialista, in costante evoluzione creativa fino alle travagliate ultime sue opere.
Numerosi critici, infatti, hanno individuato nel suo “segno”, definito “poetico” per la sua leggerezza e profondità polisemica, la presenza in filigrana della particolare luminosità e della esuberante vegetazione mediterranea, nonché il ricorrente “tema dell’isola”, segno chiaro di nostalgici rimandi ai suoi esordi “particolarmente felici, pieni di quella creatività e lucidità priva di problemi e tesa positivamente verso il raggiungimento di una meta”. Sono parole, quest’ultime, pronunciate da sua moglie, la pittrice Carla Accardi, in un’intervista del 1992».
                                                      
Dialoghi Mediterranei, n.11, gennaio 2015

Anna Maria Sanfilippo, laureatasi nel 1981 in Architettura presso l’Università degli studi di Palermo, esercita senza soluzione di continuità la libera professione di architetto dal 1982 ad oggi. Si occupa della progettazione e della direzione dei lavori di opere con committenza privata e pubblica, ha partecipato a numerosi corsi di progettazione, convegni e seminari e ha curato mostre e allestimenti espositivi.

sabato 3 gennaio 2015

10 e lode ai nonni


Alcuni amici mi hanno chiesto del  perché alla fine dell’anno non stilo più pagelle per i personaggi più noti in città. Non solo personaggi, anche istituzioni, associazioni, chiunque meritevole di essere menzionato.
Ho risposto loro, con molta amarezza, che a mio parere la città, da qualche anno, non riesce ad esprimere personaggi di una certa levatura né istituzioni di un certo prestigio.
Non vedo eccellenze in giro, anche a fare qualche forzatura, al contrario, le delusioni sono cocenti e la mediocrità la fa da padrona.
«È una città che trovo sempre più provinciale, rassegnata, triste, ammalata, che peggiora di mese in mese» mi fa notare un professionista mazarese trasferitosi da un anno in una regione settentrionale.
«È inaudito che in questa città, nelle piazze principali e nel corso incontri solo qualche pensionato e molti cani randagi» fa notare un giovane figlio di mazaresi e residente in Emilia Romagna.
«Ma se questa città non produce, se la marina è in crisi profonda, se non si vedono cantieri aperti, se i negozi chiudono di giorno in giorno, mi sai dire come mai le pizzerie e i locali sono così affollati il sabato sera?» mi chiede un amico.
«Grazie alle pensioni dei genitori e dei nonni, sulle quali si basa l’economia mazarese» rispondo.
Per questo non redigo più pagelle alla fine dell’anno.
Ma se le dovessi redigere, darei dieci e lode a tutti i nonni.
Il voto più basso ?  A Nicola.
Francamente  non se ne può più di tutti questi cani per la città.

lunedì 29 dicembre 2014

Cristaldi come Renzi


Sarà che il clima politico è favorevole, sarà perché si è voluto togliere qualche sassolino dalla scarpa, ma l’uscita renziana del sindaco di Mazara contro i fannulloni dell’impiego pubblico, in particolare contro i privilegi, contro le compiacenze sindacali, contro gli impiegati comunali , par di capire, che Lui dirige e amministra, non è un buon augurio di fine anno. Almeno per molti impiegati.
Buon 2015.

venerdì 12 dicembre 2014

Una città per cani.

Credo che adesso si stia esagerando con questa storia. Possibile che con tutti i problemi che attanagliano la città, sprofondata nel precipizio di una crisi sociale ed economica ormai irreversibile, con una marina in coma profondo, con l’agricoltura abbandonata al suo destino, con una edilizia inesistente, un artigianato inconsistente, un turismo mai iniziato, le attività commerciali che chiudono di giorno in giorno, con la via più elegante della città ridotta a vuote vetrine, con i locali del centro storico serrati, con una gioventù priva di speranza e di futuro, e per di più con una fenomeno di microcriminalità ( ? ) sottovalutato e tuttavia sempre più inquietante e invasiva, tutta l’attenzione dei mass media, pilotati dalla politica, sia rivolta verso un cane?
Un solo cane e non i cinquecento suoi consimili che hanno di fatto occupato l’intera città e periferie, cimitero incluso, e che per lo più la fanno da padroni.
Possibile che questa città, una volta famosa per il suo pesce sia oggi menzionata solo per quel nome: Nicola?
Il personaggio più famoso, oggi, a Mazara, non è il sindaco Nicola Cristaldi, ma un cane a cui qualche buontempone ha voluto dare, per piaggeria o per celia lo stesso nome. Nicola è addirittura un meticcio, nemmeno un cane di razza con pedigree e medagliere. Non ha fatto nulla di eroico, non sa accompagnare un cieco, non sa fare la guardia, non è da riporto, non ha mai difeso qualcuno, ha seguito solo il suo istinto di bestia, sopravvivere nel migliore dei modi, da furbesco ruffiano. Su questa povera bestia si è voluto costruire un battage pubblicitario senza precedenti e a dire il vero anche con una certa furbizia, leggi il post, facendola addirittura diventare una vera primadonna. Del cane si sono occupati le cronache dei maggiori giornali italiani e su di esso sono stati fatti alcuni reportages dalle maggiori televisioni nazionali. Sicuramente un bel modo di fare pubblicità alla città o farsi pubblicità secondo i punti di vista. Per Nicola si sono aperte le porte della televisione, da vera star, come i suoi consimili  più famosi Rin tin tin, Rex o Lassie. Per il mansueto canide sono state aperte addirittura le discrete stanze della politica, davanti alle quali ai cittadini umani non è concesso neanche di sostare, figurarsi di entrare.
Così Nicola viene fotografato e ripreso disteso su un antico e prezioso tappeto o comodamente accucciato su un morbido divano di pelle, sempre accanto al primo cittadino, mentre quest’ultimo esercita le sue funzioni istituzionali.

  Riunioni alle quali Nicola partecipa con grande rispetto, silenziosamente, non sporca, come suol dirsi ” dichiara orgogliosamente il sindaco Nicola Cristaldi ripreso dalle telecamere di mediaset con accanto il fido Nicola, per l’occasione insignito della fascia tricolore di primo cittadino.
La storia è ricca di animali divenuti celebri. Caligola non nominò il suo cavallo Incitatus Primo cittadino di Roma e poi Senatore? Chissà se in futuro al cane Nicola, cui auguriamo lunga vita, non sarà eretta una statua nella bella piazza Mokarta per sostituire la decadente e bistrattata opera di Pietro Consagra così come hanno fatto per Hachiko nella stazione di Shibuya a Tokio. Chissà, inoltre, se dopo le sue dichiarazioni, il sindaco consentirà ai suoi umani concittadini che ne faranno richiesta di potere assistere alle riunioni di lavoro della giunta, con l’impegno di comportarsi come Nicola: essere rispettosi, stare in silenzio e soprattutto non sporcare le preziose suppellettili.
Io credo di no.
Mi auguro, però, passata questa sbornia da amici degli animali, che l’attenzione della comunità e delle istituzioni si rivolga soprattutto sugli umani per costruire una città a misura di uomo e non di cani.

venerdì 21 novembre 2014

Mazara: non c’è pace per il caro estinto.




Nel cimitero sono sempre più numerosi i casi di occupazione illegittima di loculi. A oggi nessun provvedimento dell’amministrazione per restituirli ai legittimi proprietari.
Che cosa succede in questa città? Non è un banale interrogativo né semplice domanda retorica. Dinanzi a fatti talmente inverosimili, kafkiani, che umiliano la dignità umana nel momento del commiato definitivo dalla vita terrena, non si può far finta di non vedere e girarsi dall’altra parte. Non rimane che recuperare quel senso dell’indignazione, che sembra essere stata perduta da tempo, quando si impedisce che i defunti abbiano il diritto di essere tumulati nei loculi di loro proprietà. Questo è avvenuto e avviene nella Mazara che qualcuno si ostina a decantare ancora Inclita oppure enfaticamente piccola grande capitale del mediterraneo. L’aspirazione alla proprietà di un loculo, insieme a quella della casa, ha sempre fatto parte della cultura dei nostri genitori e dei nostri nonni; la loro doppia dimora, una per la vita terrena, l’altra come luogo della memoria, la sola che desse loro il conforto di ricevere un fiore e di essere ricordati dai propri cari. Capita così che in questa città, non a volte, come si vorrebbe far credere, ma spesso, troppo spesso, al povero estinto venga negata, senza alcun pudore e senza alcuna giustificazione, dietro la scellerata scusa di non ci sono loculi, la tumulazione nel proprio loculo o in quello della propria congiunta di cui sono legittimi proprietari. Solo in quel momento si scopre che i loculi sono occupati illegittimamente da altri con l’assenso o la complicità dei vari responsabili cimiteriali. A nulla valgono le proteste dei familiari del defunto di fronte a un muro di omertoso silenzio fatto di non so e di io non c’entro. Muro eretto dai responsabili cimiteriali, dai funzionari ai dirigenti fino ai politici che nel tempo si sono succeduti. Un continuo rimpallo di responsabilità politiche e amministrative a vari livelli. Spesso al danno si aggiunge la beffa se la tumulazione del defunto defraudato avviene in maniera provvisoria, viene detto sempre così per tranquillizzare i parenti, in loculi pericolanti per vetustà e per precarie condizioni di staticità. Vi dovete accontentare ma è sempre provvisorio. È quella provvisorietà che assume un significato cinico e beffardo sapendo che la sua scansione temporale tende all’infinito. Sembra che i casi siano qualche centinaio, ma su di essi la coltre di silenzio appare sempre più inquietante, soprattutto quando ci si accorge che chi amministra non sembra avere interesse a risolvere il problema. Forse perché i morti non votano e non protestano?
Apprezzo l’amministrazione quando si indigna dinanzi agli atti di bullismo vandalico che hanno come obbiettivo l’arredo urbano. Apprezzerei di più se si indignasse allo stesso modo e impegnasse le stesse energie nel prendere urgenti provvedimenti per riportare legalità e diritto nel nostro cimitero.