Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.
René Descartes - Cartesio

domenica 29 maggio 2016

Presentato il volume Dialoghi Mediterranei. Antropologia delle migrazioni


Presentato ieri pomeriggio, nella bella cornice del Teatro “Garibaldi” di Mazara, il volume DIALOGHI MEDITERRANEI - Antropologia delle migrazioni, edito dall’Istituto Euroarabo di Mazara.
Si tratta di una raccolta antologica consistente in venti articoli, degli oltre quattrocenti pubblicati dal bimestrale on line Dialoghi Mediterranei dello stesso istituto culturale. Il volume rappresenta, sul piano culturale e soprattutto su quello dell’attualità, un esempio di analisi del fenomeno immigratorio visto e spacchettato secondo angolature diverse, raccontate da giovani antropologi o neo laureati in antropologia, in gran parte provenienti dall’Università di Palermo, secondo un processo di decostruzione del fenomeno, in cui l’attore o gli attori sono gli immigrati, ciascuno con una propria storia. Un volume di piccole storie, brevi saggi in cui il fenomeno immigratorio viene raccontato con quella che è la sua essenza intima, l’umanità. È l’umanizzazione dell’altro con tutto ciò che ne scaturisce: la speranza, la nostalgia, la delusione. Articoli in cui sono gli stessi immigrati, intervistati, a denunciare il mercificio in cui si sono stati trasformati alcuni centri di accoglienza, Interessante, a proposito quello sul CARA di Mineo. Volume di testimonianza, in cui l’immigrato non rappresenta solo il problema, ma sempre più spesso una risorsa, e che contribuisce a riempire un vuoto sull’informazione del fenomeno migratorio raccontato nei e dai  media. Interessanti i contributi dei relatori, Gabriella D’Agostino e Mario Giacomarra dell’Università di Palermo moderati da Antonino Cusumano presidente dell’istituto Euroarabo. 
La stampa del volume è stata possibile grazie al contributo di un privato che lo ha interamente finanziato. A tutto il pubblico presente è stato fatto omaggio, da parte dell'Istituto euroarabo, di una copia del volume.

lunedì 9 maggio 2016

Referendum Costituzionale. Questo non è un Paese per giovani.


Ho dato una lettura veloce al documento firmato dai 50 giuri-costituzionalisti con il quale si schierano apertamente contro la riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati a votare, attraverso il referendum confermativo, il prossimo ottobre.
Essendo completamente a digiuno di giurisprudenza e di diritto costituzionale, lungi da me nell’entrare nel merito della questione.
Tuttavia, essendo il documento scritto in maniera chiara e intellegibile in ogni sua parte, chiunque, dotato degli strumenti di base della conoscenza della lingua italiana, viene messo nelle condizioni di comprenderlo e possibilmente, là dove gli è possibile, confutarlo, o quanto meno di cogliere le sue contraddizioni.
E contraddizioni ve ne sono tante, a cominciare dalla premessa per finire alle conclusioni. Nel merito dei 7 punti del documento, si avrà tempo di riflettere quando si entrerà nel vivo della campagna referendaria.
Più che i punti di merito, mi ha incuriosito soprattutto il lungo elenco dei firmatari, che si considerano i custodi e i sacerdoti della Costituzione. Professoroni, alcuni dei quali li ho ascoltati in alcuni talk show televisivi, che dall’alto della loro preparazione giuridica erano incapaci di trasmettere, attraverso un linguaggio chiaro e accessibile a tutti, così come vuole la democrazia, le ragioni della loro avversione. Li ho visti impacciati e goffi, corazzati nel loro linguaggio filosofico giuridico, saltare da un pericolo ipotetico ad un altro, lontano anni luce dalla realtà, paventando derive politiche autoritarie e ipotesi scolastiche di autoritarismi propri di chi ha paura di confrontarsi con chi ha idee diverse dalle loro in termini di governabilità e di efficienza legislativa.
In un Paese incardinato sul vecchio, dove il potere e i privilegi appartengono ancora ad una casta di vecchi, sempre più potenti e sempre più decisi a non cedere il passo, lo stesso concetto di riforma è assolutamente estraneo alla loro filosofia di concepire il potere, e dunque da combattere.
Mi viene in mente il bel libro di Nunzia Penelope “Vecchi E Potenti. Perché l’Italia è in mano ai settantenni” Vecchi finanzieri, vecchi boiardi di stato, vecchi A.D. di banche, di gruppi finanziari, di aziende, vecchi della politica. Vecchi che controllano e si controllano, si accordano, si coalizzano per non cedere neanche parte del potere, soprattutto se a sgomitare sono i giovani, combattendoli fino ad estrometterli, esiliarli, togliere loro la speranza nel futuro almeno fin quando i virgulti avranno vita. Vecchi che pontificano nel privato e nel pubblico, con inauditi privilegi, con faraonici stipendi e benefit. Anche i giudici della Corte Costituzionale appartengono a questa categoria castale.
Tra i cinquanta giuri consulti eccellenti e firmatari del documento ben venti sono ultra settantenni, gran parte di questi ottantenni, presidenti emeriti ed ex componenti della consulta. Quando guardo la loro età ripenso ai padri costituzionalisti che nel 1946 scrissero la Costituzione. Trenta – quarantenni, che uscivano dal disastro politico e morale del fascismo, che si sbracciarono per ricostruire e disegnare un futuro per le generazioni successive, rinunciando a privilegi e potere. Ne venne fuori una Costituzione di mediazione, non potevano farne a meno, essendo le condizioni geo politiche di allora profondamente diverse di quelle di oggi, con una democrazia che emetteva i primi vagiti e un Paese da ricostruire sul piano politico, economico, culturale, sociale, morale.
Dopo settantanni tutto è profondamente cambiato. La Costituzione, tuttavia, per i nostri saggi giuristi, deve restare un Totem, e cambiarne alcuni aspetti vuol dire riecheggiare visioni cassandresche, scenari distopici, riferimenti ad impossibili passati.
Le disfunzioni della Costituzione, rivelatasi non al passo dei tempi, causa, sul piano istituzionale, di incertezze e di contraddizioni legislative, assolutamente inadeguata al tenere il passo con gli altri Paesi Europei, hanno rallentato ed ostacolato lo sviluppo dell’intero Sistema Paese sul piano politico, rafforzandone, al contrario, inefficienze e privilegi, sprechi e dissipamenti, corruzione e ingiustizie.
Appare singolare il forte impegno di molti di questi fautori del conservatorismo, giuristi, cattedratici e magistrati, ostinati a far valere la loro autorevolezza autoreferenziale e a imporre, sul piano culturale e politico, la loro visione conservatrice che consente di continuare a mantenere caste e privilegi o in dispregio a quello che è lo spirito del referendum, a mostrare il loro ostracismo politico nei confronti del governo. Checchè se ne possa dire, le cose stanno esattamente così, e il documento da loro firmato parla chiaro. In esso si afferma che vi sono molti aspetti positivi, lungamente attesi ed altri che potrebbero, in linea di ipotesi tutte da verificare, rendere più complicata l’attività legislativa se non determinare situazioni politiche antidemocratiche. Ma la conclusione del documento è tutta politica, altro che di merito. E per non smentirsi preferiscono buttare l’acqua sporca insieme al  bambino.



venerdì 15 aprile 2016

Il referendum delle falsità


Leggo spesso i post sui social e da essi sorgono spontanei alcuni spunti di riflessione, sempre che qualcuno non mi attacchi in modo diciamo poco urbano, soprattutto quanto al ragionamento e alle prove scientifiche si preferiscono gli articoli di giornali e i falsi filmati televisivi, si fanno prevalere le pulsioni e si parla alla pancia invece che alla testa.
Si dice che il referendum è stato voluto dalla gente e che esso è una forma alta di democrazia. Sul concetto di democrazia  se ne scrivono di tutti i colori ,senza badare troppo né sullo stile né sull’uso parsimonioso degli aggettivi. Questo referendum, quello che si dovrà votare domenica, non è stato firmato dalla gente, ma è stato voluto dalle regioni. Legittimamente, lo prevede la Costituzione. Ma appunto per questo, esso assume una connotazione politica. Si tratta di una reazione a un potere decisionale che viene di fatto tolto alle regioni in termini di politica ambientale. Sappiamo ciò cosa comporta sul piano economico, si pensi alle royalties ad esempio. Una lotta tra accentramento e decentramento. Una questione puramente politica, che viene strumentalizzata dai partiti come un inizio di una resa di conti. Per quanto riguarda il PD, poi, è una battaglia iniziata nel precedente congresso e mai sopita. Una lotta interna al PD, con in testa i governatori dello stesso partito ai quali si sono accodati strumentalmente quelli di destra e della lega. Che ci azzecca in tutto questo il voto della gente?
Conosciamo tutti la capacità di dissimulazione dei partiti; quanta demagogia viene velata dalla retorica; quanta retorica effluvia di ipocrisia.
Non sembra strano questa improvvisa sensibilità a salvaguardare la limpidezza delle nostre acque accusando le piattaforme, brutto il termine trivelle, quando in realtà il degrado ambientale e l’inquinamento delle acque è dovuto invece alla mancanza di efficienti depuratori, al controllo degli scarichi, al permessivismo della cementificazione, al far finta di non vedere l’eccessivo uso di pesticidi e di nitrati che inquinano nelle falde? ( dati di Lega Ambiente). In termini di ambiente molte regioni sono colpevoli, come la nostra, e nascondono le loro responsabilità colpevolizzando altri. E’ da ieri la notizia che la Regione Sicilia guidato da un incapace quanto pavoneggiante Crocetta, sostenuto irresponsabilmente dal PD, abbia dichiarato di non avere soldi per salvaguardare le riserve naturali, tra queste “Lo Zingaro”, lasciandole di qui a poco al loro destino. Questo è il vero scandalo e questa dovrebbe essere la vera ragione di ribellione degli ambientalisti, altro che trivelle.
In questo referendum si sono demonizzati gli idrocarburi, riducendoli tutti a petrolio, sapendo di mentire, quando quasi tutte le concessioni sono per l’estrazione di gas, che non costituisce alcun pericolo di inquinamento per le acque. Si contano sulle dita di una mano le piattaforme che estraggono greggio all’interno del limite delle dodici miglia. Eppure non si fa altro che parlare di petrolio. Si continua a istigare, attraverso demonizzazioni e scenari apocalittici, gli impulsi della gente piuttosto che educarli ad una conoscenza della realtà.
Lo si è fatto per il nucleare, e questo ci è costato in termini di debito pubblico che continuiamo a pagare nella bolletta elettrica pur non usufruendone, lo si sta facendo per gli idrocarburi e i gas naturali, lo si farà, domani, per il fotovoltaico e l’eolico, quando, per sopperire a fabbisogno energetico si dovrà fare ricorso, inevitabilmente, a giganteschi parchi off shore. Ma questo è il destino di un paese dove la mediocrità prevale sulle intelligenze. La politica ne è paradigma.
Si è voluto costruire un referendum basato su  un falso assioma, un concetto che non c’è, ovvero la lotta tra il bene e il male, lo yin e lo yang , tra l’energia fossile e quelle alternative. Si è fatto bere alla gente l’idiozia che in caso di vittoria del sì tutto sarebbe cambiato in termini energetici e che le energie alternative sarebbero le uniche utilizzabili in futuro. Questa è la più grande menzogna di questo referendum, perché il quesito non comporta per niente la conversione da una energia all’altra. Non c’entra un fico secco, con il referendum, tirare in ballo le energie alternative per le quali occorre che lo stato e le regioni si dotino di una programmazione energetica, seria, a medio e lungo termine, liberando e incrementando incentivi per raggiungere gli obiettivi previsti dai trattati internazionali.
Il nostro, si sa, è un paese di poeti e di allenatori, di tecnici e di tattici, sovente anche di costituzionalisti. In questi giorni ci si cimenta se l’astensione è legittima o meno, se il voto è un diritto o un dovere, e se una non partecipazione al voto costituisca non solo un vulnus ma una incompletezza della democrazia. Addirittura l’astensione viene definita una specie di delega decisionale ad altri, mentre l’andare al voto significa prendersi le proprie responsabilità; tra coloro che professano tale corrente di pensiero ho molti amici. Se così fosse, come si dovrebbe intendere la scheda bianca o l’annullamento della stessa? Non è anch’esso un modo di eludere le proprie responsabilità delegando ad altri le scelte? Non sarebbe questo, per dirla come i detrattori dell’astensionismo, un modo vile di rifiutare e di assumersi responsabilità dirette?
Se è legittima la non espressione di voto attraverso la scheda bianca e nulla, è altrettanto legittimo l’astensione dall’andare al voto.
E’ solo questione di strategia politica, niente a che vedere con i principi morali ed etici con i quali si vuole imbrogliare l’elettore. Non per niente la costituzione prevede il quorum per la validità dei referendum, e il quorum prevede il diritto di astensione. Le paternali di illustri costituzionalisti sono soltanto semplici opinioni personali e valgono quanto quelle di un umile operaio, di un impiegato, di un libero professionista o di un cattedratico. Valgono solo per chi li pronuncia, non sono vincolanti per gli altri. Purtroppo la demagogia e la strumentalizzazione a fini politici prevalgono sulla buona fede di gran parte degli elettori.
Agli amici di sinistra, che sui social postano che andranno a votare perché  sentono come un dovere morale e politico non delegare ad altri, oppure  che voteranno sì per essere accanto agli amici sindaci delle isole siciliane, faccio notare che saranno accanto, politicamente, soprattutto ai fascisti di Forza Nuova, a razzisti della lega, a quelli di Fratelli d’Italia e di Silvio Berlusconi, oltre che ai Cinque stelle. Una bella ammucchiata politica, non c’è dubbio.



mercoledì 13 aprile 2016

Referendum-Come gli ambientalisti smentiscono loro stessi


Che sia un referendum di natura politica e strumentale ormai è agli occhi di tutti. Se seguiamo quei pochi dibattiti, la prima cosa che salta agli occhi è che il tema oggetto del referendum per cui si è chiamati a votare domenica 17 Aprile è di secondaria importanza rispetto agli argomenti che si propongono e che nulla hanno a vedere con il quesito in oggetto.
Cosa dice il quesito referendario:
Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?
Si tratta in fin dei conti di non rinnovare, alla scadenza trentennale, la proroga a continuare l’estrazione degli idrocarburi, olio o gas, anche se i giacimenti non sono esausti. Questo per le concessioni che rientrano nelle 12 miglia dalla costa, mentre per le altre, ad esempio qualche centinaio di metri oltre il limite delle dodici, tale divieto non sussiste. Che senso ha?
Si dirà che in questo modo non ci saranno piattaforme front- line le coste che queste ultime  saranno salvaguardate dall’inquinamento da petrolio. Di più, in questo modo si incentiverà il ricorso alle energie alternative, solare e eolico. Si omette però di dire che la maggior parte delle concessioni riguardano l’estrazione del gas, e che le trivelle estraggono gas e non olio. Sul piano dell’inquinamento ambientale questo dovrebbe dire qualcosa oppure no? Il metano è inquinante per il mare? Lo sanno anche i bambini che il metano non è un inquinante delle acque. Esiste inquinamento da gas in quelle aree che ha pregiudicato il sistema delle acque litorali? Gli ambientalisti, di fronte a queste semplici domande, preferiscono glissare e parlano di inquinamento da petrolio che determina addirittura l’eutrofizzazione delle acque litorali. Quali acque, nello specifico non lo dicono, anzi, enfatizzano il loro allarme paventando un danno di natura economico per il turismo, per cui i turisti preferiscono andare in spiagge lontano dalle trivelle. Vengono paventati scenari apocalittici, spiagge deserte e impregnate di derivati oleosi come il catrame, acque sempre più opache e sporche, flora e fauna in estinzione, turisti in fuga, economia che sprofonda. Tutto colpa delle trivelle. Tutta questo quadro da day after ci viene propinato dagli angeli dell’ambiente. Solo che la realtà li smentisce e loro, gli ambientalisti, smentiscono se stessi.
Intanto non c’è alcuna connessione tra trivelle e inquinamento delle acque. Se così fosse, l’intero mare Adriatico dovrebbe essere ridotto ad un enorme stagno puzzolento, con acque in cui non potrebbe essere consentita la balneazione. 
Localizzazione delle trivelle e delle bandiere blu

I risultati di Bandiera Blu dicono il contrario sullo stato di salute dei nostri mari. Il tratto di mare che va dal Friuli Venezia Giulia all’Abbruzzo contiene la più alta percentuale di spiagge classificate con la Bandiera Blu e contemporaneamente la più alta concentrazione di trivelle estrattive di petrolio e soprattutto di gas. Sono dati che Lega Ambiente conosce, non contesta e addirittura approva.  In quelle spiagge aumenta e non diminuisce il turismo.
Allora qualcosa non quadra se addirittura la stessa Lega Ambiente, nel presentare il dossier dello stato delle acque di Goletta Verde 2015 scrive:
«“L’inquinamento rilevato da Goletta Verde è causato essenzialmente da scarichi non depurati che attraverso fiumi, fossi e piccoli canali si riversano direttamente in mare. Una conseguenza diretta della mancanza di un trattamento di depurazione adeguato, che ancora riguarda il 42% degli scarichi fognari del nostro Paese”», e ancora:
«“Ma non è solo la mancata depurazione a danneggiare il nostro mare e le coste. Le principali tipologie di reato vanno dalle illegalità nel ciclo del cemento sul demanio marittimo all’inquinamento del mare dovuto a mala depurazione, scarichi fognari, inquinamento da idrocarburi, sversamento di rifiuti di vario tipo, anche se non mancano i casi di pesca di frodo e le infrazioni della nautica da diporto”. “Tra i fattori inquinanti, troppo spesso sottovalutati, c’è anche il non corretto smaltimento degli olii esausti. L’olio usato - che si recupera alla fine del ciclo di vita dei lubrificanti nei macchinari industriali, ma anche nelle automobili, nelle barche e nei mezzi agricoli - è un rifiuto pericoloso per la salute e per l’ambiente che deve essere smaltito correttamente”».
Come si vede neanche una parola da parte di Goletta Verde e di Lega Ambiente sulle trivelle.
Un altro tema caro ai referendari è quello delle royalties, che a loro dire sono non remunerative e insufficienti, mentre in altri paesi il concessionante ricaverebbe di più, addirittura in Libia le royalties incassate, sostengono, sono il 50% contro il 5% in Italia.
Inutile ribattere che la percentuale dell’ammontare delle royalties è stabilita dalla legge e che si aggira sul 10%, mentre ammontano a centinaia di milioni di euro quelle incassate dalla sola regione Basilicata e dai comuni interessati, che hanno consentito e consentono un radicale cambiamento del tenore di vita oltre che un notevole incremento di lavoro in una regione proverbialmente povera e derelitta. Ricordiamo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi.
Si lascia colpevolmente intendere che una vittoria del sì porterebbe alla dismissione dell’estrazione dei combustibili, mentre non è così, come non corrisponde a vero che le sole fonti rinnovabili, che naturalmente dovrebbero essere ulteriormente incentivate e incrementate, siano sufficienti al fabbisogno del sistema paese.
Infine un refrain di questi giorni, si vede che non sanno più cosa inventarsi, è la demonizzazione dell’astensione. Il dibattito diventa politico, e basta poco, come una intervista inopportuna del presidente della Corte Costituzionale che invita ad andare a votare. L’ipse dixit diventa lo slogan come se l’astensione fosse incostituzionale. Invece il cittadino che sceglie di astenersi gode della stessa legittimità di chi decide di andare a votare o di votare scheda bianca. Tutto questa avversione all’astensionismo dimostra quanto debole sia la natura di questo referendum sul piano propositivo e politico. Ci sono referendum molto più significativi e importanti di questo.



martedì 12 aprile 2016

Referendum

I fautori del sì del referendum gridano allo scandalo se il Presidente del Consiglio e il PD, nella sua maggioranza, si schierano per l'astensione.
Scandalo! s'ode a destra lo squillo di trombe.
Scandalo! risponde a sinistra uno squillo.
Scandalo! - s'indigna il presidente della Corte Costituzionale - votare è un dovere! Bisogna votare! Non importa se Sì o No. L'astensione è una ferita alla completezza della democrazia! 
Oggi, alla camera si è votata la riforma costituzionale. Era l'ultimo passaggio previsto dalla Costituzione.
La maggioranza governativa ha votato favorevolmente.
Le opposizioni, di destra e di sinistra, hanno preferito non essere presenti al voto abbandonando l'aula. Si sono astenuti.
"Se la votino da soli questa riforma" hanno dichiarato astiosamente.
Nessuno ha gridato allo scandalo, nessun presidente di Corte Costituzionale ha sentenziato il vulnus alla democrazia, nessuno ha accusato di viltà gli astenuti. Nessuno si è slabbrato in improperi.
Questa è la democrazia, dove ciascuno può scegliere se votare sì oppure no o non andare a votare.
Il voto è un diritto ma non un dovere. Per questo non andrò a votare domenica. E nel fare questa scelta non devo dare alcuna spiegazione a nessuno, solo alla mia coscienza.
Cari amici referendari, votatevelo da soli questo referendum. Io non vi accuserò mai. Rispetto le vostre scelte.

lunedì 4 aprile 2016

Lo Strano Paese

Siamo un paese energeticamente sprovveduto da quando, da imberbi, ci siamo autocastrati con lo smantellare il nucleare. Abbiamo scelto l’uso dell’energia fossile, forse per accontentare l’industria petrolifera, allora di stato, senza dotarci di un piano energetico alternativo. Con la conseguenza di indebitarci ulteriormente e ampliare esponenzialmente il debito energetico. Non siamo mai stati capaci di progettare soluzioni alternative agli idrocarburi. Per la sindrome ambientalista e in nome della sacralità dell’ambiente, in questo paese sono stati vietati i grandi impianti fotovoltaici termodinamici, anche se situati in territori aridi, incolti e improduttivi, e soprattutto i parchi eolici offshore. E’ altresì vietato trivellare entro le dodici miglia anche se in presenza di grossi giacimenti, e se fosse per le anime angelicate degli ambientalisti lo sarebbe anche sulla terraferma. Non importa se qualche metro fuori dalle acque territoriali altre compagnie trivellino e succhiano quel petrolio o quel gas al quale noi abbiamo rinunciato. Con l’aggravante che là non vanno certo per il sottile in tema di salvaguardia e di sicurezza ambientale. Tutto in nome del dio οκος, anche se siamo al primo posto, in Europa, per il consumo di energia da combustibili fossili, petrolio, carbone o metano. Siamo anche il paese con il più vetusto parco automobilistico europeo, con il sistema di trasporto urbano più inquinante e meno adeguato, con un sistema ferroviario obsoleto, inefficiente e non concorrenziale a quello gommato. Guai però a cercare di renderlo più efficace e moderno. Sarebbe blasfemia nei confronti del dio Ambiente. Siamo anche il paese più refrattario a dotarci dei sistemi più innovativi di energia alternativa. Anche se lo facessimo, saremmo sempre energeticamente insufficienti a soddisfare il nostro fabbisogno. Ma i sacerdoti di οκος non ne vogliono sentire, non importa se per far viaggiare le macchine occorre la benzina, per muoversi con il gommato, per volare, per navigare occorre consumare petrolio, per riscaldare le case occorre il metano, per portare l’energia elettrica si usano in gran parte centrali a carbone o a metano. E tutto questo da qualche parte bisogna pur prenderlo, anzi comprarlo, e qualcuno dovrà anche estrarlo e raffinarlo e trasportarlo. E tutto questo, diciamocelo francamente, ha un costo anche in termini ambientali. L’Italia, si possono dire tutto le sciocchezze contrarie, ha bisogno di petrolio e di gas, e se li trova nel proprio territorio ne ricava enormi vantaggi e arricchimento in termini economici e di posti di occupazione. Le regioni stesse, dall’estrazione, ne ricavano milioni di euro di royalties. Nel caso della regione Basilicata ben 150 milioni di euro, 25 milioni ai piccoli comuni del territorio. Non sono quisquilie in una terra fortemente spopolata e di conseguenza impoverita per mancanza di lavoro. Ma anche qui, l’ambientalismo più ottuso non ne vuol sentire e prepara il ritorno a Cro-Magnon. Perché, bisogna dirlo con estrema chiarezza, le anime verdi e angelicate sono contrarie, per dogma, a tutto, dal fossile al nucleare alle alternative. Vedono in esse demoni e dissesti, mafia e malaffare, conflitti di interesse e arricchimenti illeciti, come se fare impresa è da confraternita francescana. Per questo, in nome di οκος, alzano i vessilli del cavernicolismo, con il ritorno alle origini, a Cro Magnon.


venerdì 18 marzo 2016

Ma a cosa serve questo referendum?


Sarà possibile in Italia sostituire le trivelle con parchi eolici offshore?

Il 17 Aprile gli italiani saranno chiamati a votare ed esprimere il proprio voto su un quesito, l’unico ammesso dalla Corte Costituzionale e che riguarda la proroga alla scadenza della concessione dello sfruttamento dei giacimenti offshore, sia essi petroliferi o gassosi, entro le dodici miglia.
Attualmente le concessioni offshore sono in italia 66, 21 delle quali ricadono entro il limite delle dodici miglia.
Il referendum interessa solo queste 21. Le altre 45 continueranno ad estrarre fino alla fine delle risorse dei giacimenti.
L’attuale legge vieta la concessione entro le 12 miglia. Per quelle pregresse alla legge, le 21 entro le dodici miglia, la durata della concessione è prevista inizialmente per 30 anni, prorogabile una prima volta di 10 anni e altre due volte di 5 anni ciascuna. Alla scadenza delle proroghe si può chiedere una ulteriore proroga fino all’ esaurimento del giacimento.
Il referendum prevede, invece, che alla scadenza dei 50 anni, anche se il giacimento non è esaurito la società concessionaria dovrà smettere di estrarre combustibile. Viene negata, cioè, l’ultima concessione fino all’ esaurimento, anche se il giacimento non è ancora esaurito.
Le motivazioni sono, secondo i promotori di natura ambientale e turistica.

Cerchiamo di chiarirci le idee. Le 21 concessioni entro le dodici miglia sono localizzate: una in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia.
Tuttavia la maggior parte delle risorse estrattive proviene da quelle oltre il limite stabilito che continueranno ad estrarre.
E allora? Il problema è esclusivamente politico. Non si tratta di impedire disastri ambientali che potrebbero anche non essere esclusi, né tanto meno sostenere che le trivelle incidono negativamente sulla presenza turistica, i dati al contrario smentiscono quest’ultima tesi, bensì programmare una strategia energetica futura per il paese che non sia solo quella dello sfruttamento degli idrocarburi.
Qualunque sia il risultato del referendum, le trivellazioni per le concessioni in atto all’ interno del limite delle dodici miglia continueranno fino alla loro scadenza naturale cinquantennale. I primi effetti dismissivi avverrebbero a partire del prossimo decennio. Tutto sommato comunque il referendum poco incide sulle estrazioni di gas e petrolio non solo in mare ma anche in terraferma.
Sul piano dell’impatto ambientale, una eventuale dismissione delle trivellazioni dovrebbe essere sostituita da una politica energetica da fonti alternative, l’eolico in particolare, aprendo la strada, per necessità e virtù, ad impianti eolici offshore di notevoli dimensioni se si vuole equilibrare il gap dato dalla mancanza di produzione di idrocarburi. Anche in questo caso si verificherebbe un impatto ambientale di notevoli dimensioni. Dovrebbero inoltre aumentare i parchi eolici e fotovoltaici sulla terraferma. E noi conosciamo come vanno le cose nel nostro paese con gli ambientalisti pronti a dire no a tutto. Un diniego da parte degli ambientalisti sarebbe ancora una volta un atto di irresponsabilità.
Prima di andare a votare sarebbe utile conoscere da parte dei promotori referendari se sono favorevoli all’estensione dei parchi eolici offshore a largo delle nostre coste e nei pendii delle nostre colline e alla costruzione di centrali solari termodinamiche.
Non è una richiesta da poco. Ne vale della credibilità del referendum stesso.