Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.
René Descartes - Cartesio

venerdì 25 novembre 2016

Referendum. Una montagna di letame


Mai campagna referendaria e politica ha circuito gli elettori con tanto letame, una montagna di letame.
Mai si è assistito a un ricorso alla comunicazione facendo uso di un linguaggio violento e incivile, tipico dei frequentatori di taverne e postriboli.
Non meno responsabilità si possono attribuire ai mass media che nel proporsi come cassa di risonanza di tale comunicazione, spesso facendosi essi stessi promotori di linguaggio al di sopra delle righe, hanno fatto sì che i toni e le pulsioni raggiungessero livelli di imbarbarimento tali da generare rancore e odio anche all’interno degli stessi luoghi di lavoro, dei nuclei familiari, delle amicizie.
Una responsabilità collettiva che ha diviso il Paese in due parti, in buoni e in cattivi, in onesti e in riprovevoli, in puri e in contaminati, in angeli della legalità e in demoni della corruzione.
È in questo clima da resa dei conti, come se il risultato che uscirà dalle urne il 5 dicembre fosse un’ordalia nei confronti del capo del governo, che il linguaggio folklorico, iperbolico, anche se antipatico e non politicamente corretto, carpito nei fuori onda  o rubato di nascosto, quindi privo di crisma di ufficialità, lo si trasforma in istigazione ad uccidere; che riunioni elettorali a porte chiuse per spronare in modo schietto e politicamente ameno, attraverso  un lessico esplicito e diretto alla ricerca del consenso, chi ha frequentato la politica sa che queste riunioni  e questi linguaggi sono nella normalità, vengono sviscerate, pervicacemente, come assembramenti malavitosi imperniati sul voto di  scambio, come summit di politici rapaci che nel "do ut des" fondano il loro potere e i loro interessi. E si perde il senso della misura, d'altronde, se il reato viene fatto passare per una azione ingenua e la falsificazione in impropria riproduzione. Come dire che l’orto del vicino è sempre pieno di gramigna.
Comparsate televisive di comici capo partito che  vomitano  insulti, che istigano a tirar fuori le pulsioni più selvagge, che pubblicano i commenti più triviali sulle donne ( Boldrini, Boschi, Picierno i bersagli preferiti) fino ad arrivare a definire un capo di governo “Menomato mentale” oppure “Scrofa ferita”, non rappresentano che la deriva morale ed etica di una politica che ha perduto il senso del limite, privando se stessa di credibilità e rendendosi responsabile della sua caduta negli abissi oscuri del populismo più straccione e miserevole.
Da questo guazzabuglio di lerciume germinano facilmente menzogne e inganni, sospetti e malevolenze che non fanno che allontanare sempre più le sensibilità della gente dalla politica. Mai come questa volta c’è il rischio che il vero vincitore di questo referendum sia l’ingannevole turpiloquio.


martedì 22 novembre 2016

Riforma costituzionale.Una cesura nell'ordito della democrazia?



Siamo arrivati agli ultimi giorni di questa lunga, indecifrabile, a tratti scivolosa, campagna referendaria. Sarà ricordata per l’esasperazione dei toni, per la politicizzazione degli obiettivi, per l’irriverenza del linguaggio molto al di sopra delle righe, e soprattutto per una forte spinta di nostalgica retorica, quasi un grido di indignazione, al di là degli schieramenti contrapposti, che la loro stessa natura politica contribuisce, in modo esponenziale, a far prevalere le pulsioni sui contenuti, le rivalse politiche sull’essenza della riforma.
Secondo il cartello dei vari comitati del No, il fine della riforma è quello di strappare alla memoria degli italiani quella Costituzione che ha sempre accompagnato la direzione del loro tempo, dalla nascita della democrazia a oggi. La riforma costituzionale del governo Renzi, traccia, secondo loro, una violenta cesura nell’ordito della democrazia, e irrimediabilmente, una barriera di fortissimo impatto tra gli elettori e la politica, una ferita nel cuore dei “padri costituenti” che nel disegnare l’attuale carta costituzionale volgevano il loro sguardo verso l’orizzonte.
Ma è davvero così? Davvero la nostra Costituzione è stata scritta con una dimensione atemporale e con caratteri indelebili? Davvero viene tracciata una cesura tra rappresentanza e popolo? Davvero la funzione parlamentare viene surrogata da una oligarchia della rappresentanza amplificando i poteri del governo? Davvero con l’eliminazione del sistema bicamerale paritario si increspano ulteriormente i procedimenti legislativi? Davvero non si ha il diritto di cambiare la Costituzione laddove essa è ormai superata dallo scorrere degli eventi e del tempo?  Lasciando da parte quei sentimenti valoriali che fanno parte della geografia dell’anima i cui confini sono sempre stati indefiniti e aleatori sin dalla fase costituente, può la Carta Costituzionale costituire una eredità vincolante per le nuove generazioni?
 Per meglio intenderci: possiamo imporre alle future generazioni sensibilità e percezioni (le nostre) che forse saranno diverse dalle loro sensibilità e percezioni? Oppure queste sensibilità, che possono essere condivise, devono servire da stimolo per costruire una nuova struttura, che veda la trasformazione della Costituzione in armonia con le reali esigenze della collettività e in funzione delle dinamiche socio culturali di cui la collettività stessa è soggetto attivo? Non abbiamo nessun dovere di vincolare le future generazioni al nostro concetto di estetica costituzionale; se così fosse, tutto resterebbe immutabile, innaturale. La stessa Costituzione, tenuti saldi i diritti e i doveri sanciti nella sua prima parte, non si attiene al principio etico della conservazione e non prescrive norme morali. A mio parere la politica non può sottrarsi ai processi di intervento su parti del “paesaggio” costituzionale per non rischiare di isolare il Paese bloccandone il cammino verso il futuro.


sabato 12 novembre 2016

Referendum. Se vincesse il NO ne uscirebbe sconfitta la politica

Il caos

Ritorno, dopo mesi di assenza  a scrivere sul blog. Parto da dove l’avevo lasciato, dal referendum. Avendo seguito con attenzione le varie ragioni, quelle del No e quelle del SI, con uno sguardo sempre più cauto sui sondaggi, azzardo alcune considerazioni personali nel caso che queste previsioni dovessero avverarsi. 

Non so se il responso che uscirà dalle urne sarà un Ordalia su Renzi, né so se vi sarà una redde rationem all’interno del PD, qualunque possa essere il risultato (credo di sì). Una cosa però è certa, dopo il 4 dicembre non si potrà continuare a parlare il politichese. Tutti gli schieramenti, l’un contro l’altro armati, usciranno sconfitti sul piano politico.
 In caso di vittoria del No, nel festeggiare la sconfitta di Renzi, nello schieramento vincitore, al di là delle rituali dichiarazioni politichesi, non tutti potranno attribuirsi il merito della vittoria, o per meglio dire, non a tutti sarà concesso tale merito.
 Non  a Berlusconi che la Riforma costituzionale e la legge elettorale ha contribuito a scriverla e votarla più volte e la cui tardiva adesione al NO, più che per convinzione, è frutto di opportunità,   di visibilità e di rivalsa politica.
 Non ai nostalgici della Ditta, la minoranza PD con in testa Bersani e il suo discepolo prediletto Speranza, che la stessa riforma hanno appoggiato, sottoscritto e votato in tutti e sei passaggi parlamentari e che, in nome di una nemesi per una sconfitta mai accettata nel precedente congresso del partito, con un prodosismo da manuale, non hanno esitato a passare dall’altra parte, unendo le proprie forze  a quelle del   M5S, proprio quel movimento che secondo i sondaggi, dell’Italicum, così com’è, sarebbe il maggior beneficiario ad andare al governo.
Passata la sbornia delle europee e dopo il calo nelle scorse amministrative, i  bersaniani  sperano di dare la spallata al loro segretario premier passando dall’altra parte per  combattere insieme al nemico del loro nemico.
In politica l’incoerenza è virtù, non importa se  Bersani & C hanno appoggiato e votato favorevolmente la riforma.  A sentir loro non si considerano disertori; sono pronti a sbranare chi li accusa di tradimento. La loro è una missione evangelica di sinistra. 
Non ai vari cespugli della sinistra e ai puristi di Libertà e Giustizia, da Zagrebelsky a Montanari, che sul piano politico hanno meno peso di un chicco di grano, e tuttavia utilizzati come foglia di fico dal movimento di Grillo e Casaleggio oltre che dalla Lega di Salvini e dalla destra della Meloni.
 Non alla Lega di Salvini, ai cui appelli di manifestazioni unitarie, Di Maio e Di Battista non ne sentono la necessità di aderire.
 Non a D’Alema che con la sua imbarazzante quanto stravagante compagnia dei De Mita, Cirino Pomicino, Gianfranco Fini, Lambert Dini, utilizza lo scenario referendario come l’ultima e disperata occasione per resistere all’inesorabile discesa nell’oblìo. E lo fanno nel modo meno elegante possibile.
La vittoria del No sarà solo ed esclusivamente la vittoria di facciata del M5S che ha continuato a mantenere alta la tensione politica sin dal suo ingresso in Parlamento con strumentalizzazioni spesso populiste intercalate da proposte accattivanti ma difficilmente realizzabili che fungono da specchio per le allodole, come il reddito di cittadinanza, nonostante le catastrofi e i sismi che la buona natura non ci fa mancare.
Il successo del M5s è dovuto nell’avere alle spalle una cabina di regia raffinata sul piano della comunicazione; cabina di regia incapace, però, di fare corrispondere una altrettanto elaborata e credibile proposta politica, alternativa alla riforma, che si presenti più funzionale a quelle che sono le esigenze di un sistema socio economico sempre più insofferente della inadeguatezza dell’attuale. Il M5S, continua a dare in questa lunga campagna referendaria motivazioni spesso banali per spiegare il suo No e che tuttavia si mostrano efficaci nella raccolta del consenso.
Di contro, bisogna dargliene atto, ha saputo portare il dibattito alla radicalizzazione, trasformandolo da tecnico ed elitario, buono per pochi giuristi e per gli addetti ai lavori, in politico, facendo uso di un linguaggio diretto, forte, rivolto soprattutto alla pancia del suo elettorato e agli scontenti.
Così facendo stimola le pulsioni di un malessere causato dalla politica del rigore dell’Europa, dai poteri forti, dai grandi interessi finanziari, dalla Spectre di Bildeberg dalle agenzie di rating e dai governi che in questi anni si sono avvicendati, ieri Monti, poi Letta, oggi Renzi.
La superficialità con la quale discutono nel merito la riforma oggetto del referendum, se per gli osservatori e gli avversari rappresenta un loro punto debole, al contrario, diventa per loro un punto di forza, abili come sono nel ribaltare la questione sul malessere sociale dal quale è facile trarre linfa.
 Questo inevitabilmente sarà sicuramente un formidabile propellente per arrivare al governo di alcune regioni, la Sicilia in testa, ma non a quello nazionale. A meno che Renzi non faccia quello che tutti chiedono a gran voce, ma che nessuno in camera caritatis si augura, dimettersi in caso di sconfitta.
Corte Costituzionale permettendo, l’Italicum li traghetterebbe con probabilità elevate al governo del Paese. Perché è chiaro che mai il M5S accetterà un governo di transizione in caso di vittoria del No, e meno che mai a guida Renzi. Chiederanno lo scioglimento di quel parlamento da loro ritenuto illegittimo in forza della sentenza della Consulta contro il porcellum e di andare alle elezioni con l’abominevole Italicum al quale in segreto strizzano l’occhio.
 Cosa farà il PD in caso di bocciatura della riforma? Meglio cosa farà Renzi?
Tutto dipenderà dal risultato in termini numerici. Appare chiaro che uno scarto di pochi punti percentuali a vantaggio del No, significherebbe, è vero, la sconfitta del governo, ma in termini politici sarebbe un innegabile successo personale del premier. Essere  sconfitto di misura da una Santa Alleanza  che vede insieme religiosi e miscredenti, neo fascisti di F.N e ANPI,  Grillo insieme a Salvini,  Berlusconi con  D’Alema, gli intellettuali di Libertà e Giustizia con Magistratura Democratica insieme alla minoranza del PD e il variegato mondo della sinistra italiana, lo rinforzerebbe all’interno dello stesso PD. Gli verrebbe facile argomentare che l’alternativa a Lui sarebbe il nulla o il Caos, e sul piano politico nessuna alleanza sarebbe possibile con i soggetti vincitori. D’altronde sarebbe inimmaginabile sostituire l’attuale governo con un governicchio di scopo che abbia la funzione di fare una nuova legge elettorale ad un solo anno dalla scadenza naturale.
 Non ci starebbe il PD sempre più Renzi dipendente, soprattutto in vista di un congresso al cui interno si consumerebbe quella resa dei conti definitiva sino a oggi tanto rinviata.
Non ci starebbero i partiti vincitori che sarebbero su posizioni divisive e inconciliabili. Non sarebbe,apparentemente, neanche ipotizzabile un Patto del Nazareno 2.0 in considerazione dell’ultima conversione di Berlusconi sulla via del proporzionale e del bicameralismo paritario, né tanto meno una convergenza Destra – M5S sul proporzionale. Sarebbe la fine delle speranze di entrambi gli schieramenti di andare a governare.
A meno che la paura non faccia novanta e tale “scantu” non faccia correre sia il PD sia quel che resta di Berlusconi ai ripari, riposizionandosi su un Italicum con premio di maggioranza alla coalizione vincente ed eliminazione del ballottaggio. In questo caso gli scenari politici sarebbero imperscrutabili e tutti da immaginare. Ma con la bocciatura della riforma, l’Italicum applicato ad una sola camera non avrebbe senso.
La prospettiva di un ritorno alle urne anticipato è la strada che tutti si avviano a intraprendere. Con prospettive non facilmente preconizzabili, sia se si vada alle urne con il proporzionale, sia con l’Italicum, anche riveduto e corretto, se la Corte Costituzionale non lo dovesse bocciare. Nell’uno e nell’altro caso non ci sarebbero vincitori.  Questo sì che getterebbe il Paese nel caos. Sarebbe la sconfitta di tutti. Soprattutto della politica.

domenica 29 maggio 2016

Presentato il volume Dialoghi Mediterranei. Antropologia delle migrazioni


Presentato ieri pomeriggio, nella bella cornice del Teatro “Garibaldi” di Mazara, il volume DIALOGHI MEDITERRANEI - Antropologia delle migrazioni, edito dall’Istituto Euroarabo di Mazara.
Si tratta di una raccolta antologica consistente in venti articoli, degli oltre quattrocenti pubblicati dal bimestrale on line Dialoghi Mediterranei dello stesso istituto culturale. Il volume rappresenta, sul piano culturale e soprattutto su quello dell’attualità, un esempio di analisi del fenomeno immigratorio visto e spacchettato secondo angolature diverse, raccontate da giovani antropologi o neo laureati in antropologia, in gran parte provenienti dall’Università di Palermo, secondo un processo di decostruzione del fenomeno, in cui l’attore o gli attori sono gli immigrati, ciascuno con una propria storia. Un volume di piccole storie, brevi saggi in cui il fenomeno immigratorio viene raccontato con quella che è la sua essenza intima, l’umanità. È l’umanizzazione dell’altro con tutto ciò che ne scaturisce: la speranza, la nostalgia, la delusione. Articoli in cui sono gli stessi immigrati, intervistati, a denunciare il mercificio in cui si sono stati trasformati alcuni centri di accoglienza, Interessante, a proposito quello sul CARA di Mineo. Volume di testimonianza, in cui l’immigrato non rappresenta solo il problema, ma sempre più spesso una risorsa, e che contribuisce a riempire un vuoto sull’informazione del fenomeno migratorio raccontato nei e dai  media. Interessanti i contributi dei relatori, Gabriella D’Agostino e Mario Giacomarra dell’Università di Palermo moderati da Antonino Cusumano presidente dell’istituto Euroarabo. 
La stampa del volume è stata possibile grazie al contributo di un privato che lo ha interamente finanziato. A tutto il pubblico presente è stato fatto omaggio, da parte dell'Istituto euroarabo, di una copia del volume.

lunedì 9 maggio 2016

Referendum Costituzionale. Questo non è un Paese per giovani.


Ho dato una lettura veloce al documento firmato dai 50 giuri-costituzionalisti con il quale si schierano apertamente contro la riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati a votare, attraverso il referendum confermativo, il prossimo ottobre.
Essendo completamente a digiuno di giurisprudenza e di diritto costituzionale, lungi da me nell’entrare nel merito della questione.
Tuttavia, essendo il documento scritto in maniera chiara e intellegibile in ogni sua parte, chiunque, dotato degli strumenti di base della conoscenza della lingua italiana, viene messo nelle condizioni di comprenderlo e possibilmente, là dove gli è possibile, confutarlo, o quanto meno di cogliere le sue contraddizioni.
E contraddizioni ve ne sono tante, a cominciare dalla premessa per finire alle conclusioni. Nel merito dei 7 punti del documento, si avrà tempo di riflettere quando si entrerà nel vivo della campagna referendaria.
Più che i punti di merito, mi ha incuriosito soprattutto il lungo elenco dei firmatari, che si considerano i custodi e i sacerdoti della Costituzione. Professoroni, alcuni dei quali li ho ascoltati in alcuni talk show televisivi, che dall’alto della loro preparazione giuridica erano incapaci di trasmettere, attraverso un linguaggio chiaro e accessibile a tutti, così come vuole la democrazia, le ragioni della loro avversione. Li ho visti impacciati e goffi, corazzati nel loro linguaggio filosofico giuridico, saltare da un pericolo ipotetico ad un altro, lontano anni luce dalla realtà, paventando derive politiche autoritarie e ipotesi scolastiche di autoritarismi propri di chi ha paura di confrontarsi con chi ha idee diverse dalle loro in termini di governabilità e di efficienza legislativa.
In un Paese incardinato sul vecchio, dove il potere e i privilegi appartengono ancora ad una casta di vecchi, sempre più potenti e sempre più decisi a non cedere il passo, lo stesso concetto di riforma è assolutamente estraneo alla loro filosofia di concepire il potere, e dunque da combattere.
Mi viene in mente il bel libro di Nunzia Penelope “Vecchi E Potenti. Perché l’Italia è in mano ai settantenni” Vecchi finanzieri, vecchi boiardi di stato, vecchi A.D. di banche, di gruppi finanziari, di aziende, vecchi della politica. Vecchi che controllano e si controllano, si accordano, si coalizzano per non cedere neanche parte del potere, soprattutto se a sgomitare sono i giovani, combattendoli fino ad estrometterli, esiliarli, togliere loro la speranza nel futuro almeno fin quando i virgulti avranno vita. Vecchi che pontificano nel privato e nel pubblico, con inauditi privilegi, con faraonici stipendi e benefit. Anche i giudici della Corte Costituzionale appartengono a questa categoria castale.
Tra i cinquanta giuri consulti eccellenti e firmatari del documento ben venti sono ultra settantenni, gran parte di questi ottantenni, presidenti emeriti ed ex componenti della consulta. Quando guardo la loro età ripenso ai padri costituzionalisti che nel 1946 scrissero la Costituzione. Trenta – quarantenni, che uscivano dal disastro politico e morale del fascismo, che si sbracciarono per ricostruire e disegnare un futuro per le generazioni successive, rinunciando a privilegi e potere. Ne venne fuori una Costituzione di mediazione, non potevano farne a meno, essendo le condizioni geo politiche di allora profondamente diverse di quelle di oggi, con una democrazia che emetteva i primi vagiti e un Paese da ricostruire sul piano politico, economico, culturale, sociale, morale.
Dopo settantanni tutto è profondamente cambiato. La Costituzione, tuttavia, per i nostri saggi giuristi, deve restare un Totem, e cambiarne alcuni aspetti vuol dire riecheggiare visioni cassandresche, scenari distopici, riferimenti ad impossibili passati.
Le disfunzioni della Costituzione, rivelatasi non al passo dei tempi, causa, sul piano istituzionale, di incertezze e di contraddizioni legislative, assolutamente inadeguata al tenere il passo con gli altri Paesi Europei, hanno rallentato ed ostacolato lo sviluppo dell’intero Sistema Paese sul piano politico, rafforzandone, al contrario, inefficienze e privilegi, sprechi e dissipamenti, corruzione e ingiustizie.
Appare singolare il forte impegno di molti di questi fautori del conservatorismo, giuristi, cattedratici e magistrati, ostinati a far valere la loro autorevolezza autoreferenziale e a imporre, sul piano culturale e politico, la loro visione conservatrice che consente di continuare a mantenere caste e privilegi o in dispregio a quello che è lo spirito del referendum, a mostrare il loro ostracismo politico nei confronti del governo. Checchè se ne possa dire, le cose stanno esattamente così, e il documento da loro firmato parla chiaro. In esso si afferma che vi sono molti aspetti positivi, lungamente attesi ed altri che potrebbero, in linea di ipotesi tutte da verificare, rendere più complicata l’attività legislativa se non determinare situazioni politiche antidemocratiche. Ma la conclusione del documento è tutta politica, altro che di merito. E per non smentirsi preferiscono buttare l’acqua sporca insieme al  bambino.



venerdì 15 aprile 2016

Il referendum delle falsità


Leggo spesso i post sui social e da essi sorgono spontanei alcuni spunti di riflessione, sempre che qualcuno non mi attacchi in modo diciamo poco urbano, soprattutto quanto al ragionamento e alle prove scientifiche si preferiscono gli articoli di giornali e i falsi filmati televisivi, si fanno prevalere le pulsioni e si parla alla pancia invece che alla testa.
Si dice che il referendum è stato voluto dalla gente e che esso è una forma alta di democrazia. Sul concetto di democrazia  se ne scrivono di tutti i colori ,senza badare troppo né sullo stile né sull’uso parsimonioso degli aggettivi. Questo referendum, quello che si dovrà votare domenica, non è stato firmato dalla gente, ma è stato voluto dalle regioni. Legittimamente, lo prevede la Costituzione. Ma appunto per questo, esso assume una connotazione politica. Si tratta di una reazione a un potere decisionale che viene di fatto tolto alle regioni in termini di politica ambientale. Sappiamo ciò cosa comporta sul piano economico, si pensi alle royalties ad esempio. Una lotta tra accentramento e decentramento. Una questione puramente politica, che viene strumentalizzata dai partiti come un inizio di una resa di conti. Per quanto riguarda il PD, poi, è una battaglia iniziata nel precedente congresso e mai sopita. Una lotta interna al PD, con in testa i governatori dello stesso partito ai quali si sono accodati strumentalmente quelli di destra e della lega. Che ci azzecca in tutto questo il voto della gente?
Conosciamo tutti la capacità di dissimulazione dei partiti; quanta demagogia viene velata dalla retorica; quanta retorica effluvia di ipocrisia.
Non sembra strano questa improvvisa sensibilità a salvaguardare la limpidezza delle nostre acque accusando le piattaforme, brutto il termine trivelle, quando in realtà il degrado ambientale e l’inquinamento delle acque è dovuto invece alla mancanza di efficienti depuratori, al controllo degli scarichi, al permessivismo della cementificazione, al far finta di non vedere l’eccessivo uso di pesticidi e di nitrati che inquinano nelle falde? ( dati di Lega Ambiente). In termini di ambiente molte regioni sono colpevoli, come la nostra, e nascondono le loro responsabilità colpevolizzando altri. E’ da ieri la notizia che la Regione Sicilia guidato da un incapace quanto pavoneggiante Crocetta, sostenuto irresponsabilmente dal PD, abbia dichiarato di non avere soldi per salvaguardare le riserve naturali, tra queste “Lo Zingaro”, lasciandole di qui a poco al loro destino. Questo è il vero scandalo e questa dovrebbe essere la vera ragione di ribellione degli ambientalisti, altro che trivelle.
In questo referendum si sono demonizzati gli idrocarburi, riducendoli tutti a petrolio, sapendo di mentire, quando quasi tutte le concessioni sono per l’estrazione di gas, che non costituisce alcun pericolo di inquinamento per le acque. Si contano sulle dita di una mano le piattaforme che estraggono greggio all’interno del limite delle dodici miglia. Eppure non si fa altro che parlare di petrolio. Si continua a istigare, attraverso demonizzazioni e scenari apocalittici, gli impulsi della gente piuttosto che educarli ad una conoscenza della realtà.
Lo si è fatto per il nucleare, e questo ci è costato in termini di debito pubblico che continuiamo a pagare nella bolletta elettrica pur non usufruendone, lo si sta facendo per gli idrocarburi e i gas naturali, lo si farà, domani, per il fotovoltaico e l’eolico, quando, per sopperire a fabbisogno energetico si dovrà fare ricorso, inevitabilmente, a giganteschi parchi off shore. Ma questo è il destino di un paese dove la mediocrità prevale sulle intelligenze. La politica ne è paradigma.
Si è voluto costruire un referendum basato su  un falso assioma, un concetto che non c’è, ovvero la lotta tra il bene e il male, lo yin e lo yang , tra l’energia fossile e quelle alternative. Si è fatto bere alla gente l’idiozia che in caso di vittoria del sì tutto sarebbe cambiato in termini energetici e che le energie alternative sarebbero le uniche utilizzabili in futuro. Questa è la più grande menzogna di questo referendum, perché il quesito non comporta per niente la conversione da una energia all’altra. Non c’entra un fico secco, con il referendum, tirare in ballo le energie alternative per le quali occorre che lo stato e le regioni si dotino di una programmazione energetica, seria, a medio e lungo termine, liberando e incrementando incentivi per raggiungere gli obiettivi previsti dai trattati internazionali.
Il nostro, si sa, è un paese di poeti e di allenatori, di tecnici e di tattici, sovente anche di costituzionalisti. In questi giorni ci si cimenta se l’astensione è legittima o meno, se il voto è un diritto o un dovere, e se una non partecipazione al voto costituisca non solo un vulnus ma una incompletezza della democrazia. Addirittura l’astensione viene definita una specie di delega decisionale ad altri, mentre l’andare al voto significa prendersi le proprie responsabilità; tra coloro che professano tale corrente di pensiero ho molti amici. Se così fosse, come si dovrebbe intendere la scheda bianca o l’annullamento della stessa? Non è anch’esso un modo di eludere le proprie responsabilità delegando ad altri le scelte? Non sarebbe questo, per dirla come i detrattori dell’astensionismo, un modo vile di rifiutare e di assumersi responsabilità dirette?
Se è legittima la non espressione di voto attraverso la scheda bianca e nulla, è altrettanto legittimo l’astensione dall’andare al voto.
E’ solo questione di strategia politica, niente a che vedere con i principi morali ed etici con i quali si vuole imbrogliare l’elettore. Non per niente la costituzione prevede il quorum per la validità dei referendum, e il quorum prevede il diritto di astensione. Le paternali di illustri costituzionalisti sono soltanto semplici opinioni personali e valgono quanto quelle di un umile operaio, di un impiegato, di un libero professionista o di un cattedratico. Valgono solo per chi li pronuncia, non sono vincolanti per gli altri. Purtroppo la demagogia e la strumentalizzazione a fini politici prevalgono sulla buona fede di gran parte degli elettori.
Agli amici di sinistra, che sui social postano che andranno a votare perché  sentono come un dovere morale e politico non delegare ad altri, oppure  che voteranno sì per essere accanto agli amici sindaci delle isole siciliane, faccio notare che saranno accanto, politicamente, soprattutto ai fascisti di Forza Nuova, a razzisti della lega, a quelli di Fratelli d’Italia e di Silvio Berlusconi, oltre che ai Cinque stelle. Una bella ammucchiata politica, non c’è dubbio.



mercoledì 13 aprile 2016

Referendum-Come gli ambientalisti smentiscono loro stessi


Che sia un referendum di natura politica e strumentale ormai è agli occhi di tutti. Se seguiamo quei pochi dibattiti, la prima cosa che salta agli occhi è che il tema oggetto del referendum per cui si è chiamati a votare domenica 17 Aprile è di secondaria importanza rispetto agli argomenti che si propongono e che nulla hanno a vedere con il quesito in oggetto.
Cosa dice il quesito referendario:
Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?
Si tratta in fin dei conti di non rinnovare, alla scadenza trentennale, la proroga a continuare l’estrazione degli idrocarburi, olio o gas, anche se i giacimenti non sono esausti. Questo per le concessioni che rientrano nelle 12 miglia dalla costa, mentre per le altre, ad esempio qualche centinaio di metri oltre il limite delle dodici, tale divieto non sussiste. Che senso ha?
Si dirà che in questo modo non ci saranno piattaforme front- line le coste che queste ultime  saranno salvaguardate dall’inquinamento da petrolio. Di più, in questo modo si incentiverà il ricorso alle energie alternative, solare e eolico. Si omette però di dire che la maggior parte delle concessioni riguardano l’estrazione del gas, e che le trivelle estraggono gas e non olio. Sul piano dell’inquinamento ambientale questo dovrebbe dire qualcosa oppure no? Il metano è inquinante per il mare? Lo sanno anche i bambini che il metano non è un inquinante delle acque. Esiste inquinamento da gas in quelle aree che ha pregiudicato il sistema delle acque litorali? Gli ambientalisti, di fronte a queste semplici domande, preferiscono glissare e parlano di inquinamento da petrolio che determina addirittura l’eutrofizzazione delle acque litorali. Quali acque, nello specifico non lo dicono, anzi, enfatizzano il loro allarme paventando un danno di natura economico per il turismo, per cui i turisti preferiscono andare in spiagge lontano dalle trivelle. Vengono paventati scenari apocalittici, spiagge deserte e impregnate di derivati oleosi come il catrame, acque sempre più opache e sporche, flora e fauna in estinzione, turisti in fuga, economia che sprofonda. Tutto colpa delle trivelle. Tutta questo quadro da day after ci viene propinato dagli angeli dell’ambiente. Solo che la realtà li smentisce e loro, gli ambientalisti, smentiscono se stessi.
Intanto non c’è alcuna connessione tra trivelle e inquinamento delle acque. Se così fosse, l’intero mare Adriatico dovrebbe essere ridotto ad un enorme stagno puzzolento, con acque in cui non potrebbe essere consentita la balneazione. 
Localizzazione delle trivelle e delle bandiere blu

I risultati di Bandiera Blu dicono il contrario sullo stato di salute dei nostri mari. Il tratto di mare che va dal Friuli Venezia Giulia all’Abbruzzo contiene la più alta percentuale di spiagge classificate con la Bandiera Blu e contemporaneamente la più alta concentrazione di trivelle estrattive di petrolio e soprattutto di gas. Sono dati che Lega Ambiente conosce, non contesta e addirittura approva.  In quelle spiagge aumenta e non diminuisce il turismo.
Allora qualcosa non quadra se addirittura la stessa Lega Ambiente, nel presentare il dossier dello stato delle acque di Goletta Verde 2015 scrive:
«“L’inquinamento rilevato da Goletta Verde è causato essenzialmente da scarichi non depurati che attraverso fiumi, fossi e piccoli canali si riversano direttamente in mare. Una conseguenza diretta della mancanza di un trattamento di depurazione adeguato, che ancora riguarda il 42% degli scarichi fognari del nostro Paese”», e ancora:
«“Ma non è solo la mancata depurazione a danneggiare il nostro mare e le coste. Le principali tipologie di reato vanno dalle illegalità nel ciclo del cemento sul demanio marittimo all’inquinamento del mare dovuto a mala depurazione, scarichi fognari, inquinamento da idrocarburi, sversamento di rifiuti di vario tipo, anche se non mancano i casi di pesca di frodo e le infrazioni della nautica da diporto”. “Tra i fattori inquinanti, troppo spesso sottovalutati, c’è anche il non corretto smaltimento degli olii esausti. L’olio usato - che si recupera alla fine del ciclo di vita dei lubrificanti nei macchinari industriali, ma anche nelle automobili, nelle barche e nei mezzi agricoli - è un rifiuto pericoloso per la salute e per l’ambiente che deve essere smaltito correttamente”».
Come si vede neanche una parola da parte di Goletta Verde e di Lega Ambiente sulle trivelle.
Un altro tema caro ai referendari è quello delle royalties, che a loro dire sono non remunerative e insufficienti, mentre in altri paesi il concessionante ricaverebbe di più, addirittura in Libia le royalties incassate, sostengono, sono il 50% contro il 5% in Italia.
Inutile ribattere che la percentuale dell’ammontare delle royalties è stabilita dalla legge e che si aggira sul 10%, mentre ammontano a centinaia di milioni di euro quelle incassate dalla sola regione Basilicata e dai comuni interessati, che hanno consentito e consentono un radicale cambiamento del tenore di vita oltre che un notevole incremento di lavoro in una regione proverbialmente povera e derelitta. Ricordiamo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi.
Si lascia colpevolmente intendere che una vittoria del sì porterebbe alla dismissione dell’estrazione dei combustibili, mentre non è così, come non corrisponde a vero che le sole fonti rinnovabili, che naturalmente dovrebbero essere ulteriormente incentivate e incrementate, siano sufficienti al fabbisogno del sistema paese.
Infine un refrain di questi giorni, si vede che non sanno più cosa inventarsi, è la demonizzazione dell’astensione. Il dibattito diventa politico, e basta poco, come una intervista inopportuna del presidente della Corte Costituzionale che invita ad andare a votare. L’ipse dixit diventa lo slogan come se l’astensione fosse incostituzionale. Invece il cittadino che sceglie di astenersi gode della stessa legittimità di chi decide di andare a votare o di votare scheda bianca. Tutto questa avversione all’astensionismo dimostra quanto debole sia la natura di questo referendum sul piano propositivo e politico. Ci sono referendum molto più significativi e importanti di questo.