Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.
René Descartes - Cartesio

mercoledì 17 giugno 2015

Mentre i gatti litigano i topi ballano.



Sembrerebbe una battuta se non fosse in se stessa pregna di tragicità. Perché il litigio diatriba tra il sindaco di Mazara on. Cristaldi e la commissaria dell’Ato Belice Ambiente on. Alfano somiglia sempre più ad una farsa, tragica e pericolosa per i risvolti che ne possono scaturire, se non si  mette fine al ridicolo rimbalzare di responsabilità. Litigano da mesi attraverso dichiarazioni di reciproca accusa, come se i cittadini, vere vittime di questa faida politica, siano interessati a questa stucchevole quanto antipatica, almeno nella forma, querelle. Lo sanno anche i bambini che la responsabilità delle inefficienze gestionali, a causa delle quali i risultati sono stati disastrosi, sono da addebitarsi, solo ed esclusivamente, all’incompetenza di chi dall’inizio ad oggi ha  gestito il carrozzone dell’Ato Tp 2. Né la politica può tirarsi indietro dalle responsabilità, avendo fatto della Belice Ambiente, attraverso forme di clientelismo disinvolte, uno stipendificio  eurovoro per foraggiare i suoi asserviti, sia di destra che di sinistra o di centro. In questo modo l’Ato TP2 è diventato un postificio all’insegna dell’incompetenza, senza alcun pudore per il merito, con assunzioni senza concorso, con facili carriere in piena assonanza con il principio di Peter, secondo il quale più si sale nella gerarchia più si è incompetenti a svolgere quel ruolo. Tale  principio  vale ancor più per i vari commissari succedutisi negli anni e per coloro che in futuro saranno messi lì a gestire le nuove SRR. Una volta rotto il giocattolo, la politica nostrana  ha continuato, intemerata, a vessare i cittadini,  facendo loro pagare balzelli elevatissimi in cambio di servizi inadeguati, inefficienti, insufficienti e assolutamente lontano anni luci, per risultati, dalle altre società d’ambito a livello nazionale. Sapevano da anni che la discarica di Campana Misiti, al confine tra Campobello e Mazara, peraltro sovrastante un ricchissimo bacino idrogeologico, doveva essere chiusa. Tuttavia nulla è stato fatto per trovare altri siti idonei. Si è preferito palleggiare le responsabilità tra regione, società d’ambito e comuni soci. Chiusa la discarica di Campana Misiti il re si è mostrato nudo, incapace di programmare come e dove riversare i rifiuti. In questa giro di irresponsabilità, peraltro, si è aggiunto il sindaco di Trapani attraverso un meschino gioco di campanilismo tanto da vietare l’utilizzo temporaneo della discarica trapanese ai mezzi della Belice Ambiente al fine di tutelare dalla contaminazione la purezza della monnezza dei propri cittadini. E che fanno i nostri? Invece di organizzare un piano comune e condiviso, preferiscono agire a briglia sciolte, ciascuno per proprio conto, ciascuno con strategie diverse, ciascuno ignorando l’altro. Una si rivolge alla procura, l’altro al prefetto, sempre divisi, per far valere le proprie ragioni, non quelle della collettività, dimenticandosi che è quest’ultima a farne le spese. Così da una parte si minaccia di non pagare la propria quota di competenza  all’ATO, e dall’altra si annuncia di far intervenire i commissari ad acta  per ogni ente debitore. La conseguenza è il caos totale e la chiusura del servizio minimo indispensabile di raccolta, comprese le isole ecologiche.  La differenziata viene così bloccata da mesi, tutto diventa monnezza da discarica, l’intera città è  costretta a ritornare indietro attraverso un processo involutivo sul piano della salvaguardia ambientale, su quello dell’igiene e della pubblica salute, su quello della vivibilità. Il costo di questi disservizi indecenti, che ha raggiunto cifre iperboliche, viene riversato sui contribuenti vittime.  Ma perché si dovrebbe pagare l’incapacità gestionale e l’inefficienza dei servizi se i  risultati sono i cumoli di spazzatura che diventano colline in preda a cani, gatti, topi e volatili di ogni genere? Spettacolo indecente che si offre a quei pochi e  ignari turisti che in questo periodo frequentano la città. È il caso di dire che mentre i gatti litigano i topi ballano, se proprio non vogliamo scomodare Tito Livio con la sua “Dum Romae consulitur…”
In tutto questo triste spettacolo la collettività rimane catatonica.
Effetto della politica nostrana, amici miei. 

giovedì 11 giugno 2015

Expo 2015. Una passeggiata per il Decumano

foto Luigi Tumbarello
Un gran battage pubblicitario ha preceduto e seguito l’inaugurazione dell’Expo 2015 a Rho, periferia di Milano.
Ma ne vale la pena visitarlo?  La domanda me la sono posta dopo avere trascorso, con fatica, uscendone stremato,un’intera giornata tra i padiglioni posti ai due lati del Decumano, lunghissima  fiumana umana.
Arriviamo a Rho, mia moglie ed io, nella prima mattinata, in metropolitana. Tempo impiegato da piazza Duomo appena una mezzoretta. All’ingresso dell’Expo  si rimane colpiti nel  vedere migliaia di persone  fare la fila in attesa di entrare nell’area espositiva.  Avendo prenotato  e pagato on line i biglietti  abbiamo  diritto di precedenza, potenza di internet, e una volta superati i tornelli e  i relativi metal detector, ci siamo trovati paracadutati nel maestoso   viale espositivo coperto da gigantesche vele ombreggianti, non prima di avere percorso alcune centinaia di metri a piedi. Quisquilie rispetto a quel che ci aspettava.
foto Luigi Tumbarello
  “ Divinus Halitus Terrae” con questo messaggio ti accoglie Expo2015. È il padiglione zero, la summa o la premessa di quel che dovrebbe essere l’Expo. Non c’è  molta coda, il Decumano deve ancora venire e noi abbiamo fretta di arrivarci. Non entriamo. Peccato. Forse abbiamo perduto il vero senso dell’esposizione universale.
Ma eccolo là, maestoso, babelico, frastornante, il Decumano con le sue sculture rosse. Sono le multicolori installazioni en plein air dell’artista ligure Tomaino raffiguranti giochi, animali, la natura, i bambini. Te li ritrovi lungo tutto il percorso a farti compagnia, ad alleviare la fatica del tour de force che si sta iniziando inconsapevolmente. Il primo padiglione che visitiamo è quello del Regno del Bahrein,  piccolo stato arabo del golfo persico. Modesto, semplice, essenziale, scarno. Mi interessa osservare alcune varietà vegetali, il modo di coltivazione della vite, ad alberello gigante più che a pergola, i giuggioli, gli avocadi. Niente di particolare. Lungo il percorso decidiamo di fare delle scelte. Scartiamo i padiglioni più affollati, violentati da interminabili file di scolaresche, dalle elementari alle superiori. Non ho capito che ci fanno le elementari.  I ragazzi più grandi, quelli delle medie o delle superiori, spesso sono irritanti nel  loro comportamento. Vere mandrie di studenti assolutamente disinteressati e impegnati  solo a fare selfie, incuranti che il loro modo di comportarsi e il loro vociare potesse dare fastidio. In effetti lo danno, visto che  hanno murriti nelle mani. Non sanno stare fermi. Dell’Africa il padiglione del Sudan è quello che presenta meno visitatori. Vi entriamo curiosi. In effetti  ci delude. Niente di particolare se non le solite cianfrusaglie dei mercatini rionali che siamo abituati a vedere.  Quello di Cuba è ancora chiuso ma i banconi dedicati al cacao e ai suoi derivati sono presi d’assalto dai visitatori. I prezzi sono esageratamente alti. Impossibile visitare i padiglioni di Brasile, Svizzera, Stati uniti e Germania. Le code sono troppo lunghe. L’Ungheria ci accoglie con le sue acque, i suoi bagni, le sue terme, i suoi laghi, i suoi fiumi.  Onestamente ci aspettavamo di più.
foto Luigi Tumbarello
Tra un padiglione che scartiamo a priori e un altro, ci infiliamo in quello della Bielorussia. Grande delusione. D’altronde non capiamo la sua presenza all’Expo. All’ingresso un complessino in costume tipico che suona e canta canzonette popolari . All’interno solo un bazar di prodotti locali carissimi. La visita dura poco. Restiamo delusi anche dalla Tailandia e dall’indonesia: molto modesti,solo proiezioni video di risaie e le classiche coltivazioni a terrazza. Intanto si  avvertono i primi languorini e la sete si fa sentire.  Del Decumano abbiamo percorso alcune centinaia di metri. Ce ne aspettano ancora mille.

foto Luigi Tumbarello
Continuiamo il nostro tour. A sinistra il padiglione della Cina. Lunga fila, ma decidiamo di entrare. L’ingresso è  una coreografia floreale di crisantemi gialli di ineguagliabile bellezza.  Colpisce  l’uso della più avanzata  tecnologia. Raffinato, didattico, aristocraticamente comunisteggiante soprattutto nella proiezione del filmato inneggiante alla festa della Primavera. Assolutamente da vedere. Intanto il caldo incomincia a farsi sentire.  Entriamo, dopo una breve fila, in quello della Spagna. Belli i suoni, i colori, la scenografia. Ci sentiamo a casa. Siamo attratti dagli effetti scenografici delle pareti tappezzate di piatti candidi.

foto Luigi Tumbarello
Ognuno di essi è una piccola porzione di schermo, nell’insieme un mosaico di immagini che raccontano la produzione agricola, il lavoro, le abitudini. È il tema comune di tutta l’Esposizione. Decidiamo di fermarci nel ristorante spagnolo. Affollatissimo, lunga file per entrare, per finire stipati in un tavolo come sardine. Ordiniamo paella e sangrìa. Piatto quantitativamente insufficiente , almeno per le mie sane abitudini. Il gusto è scialbo, freddo, il riso è  ‘nchiummatu, la sangrìa è una bevanda  colorata insapore, il conto però è da nababbi:  cinquantadue euro per una cuppinata di riso e un bicchiere di acqua avvinazzata. Aggiungiamo quattro euro per una bottiglietta di mezzo litro di acqua. Incredibile. Alla faccia della fame nel mondo.
foto Luigi Tumbarello
Il caldo si fa opprimente, si suda, per fortuna siamo vicini al padiglione dell’Austria con un bosco tipico ricostruito nei minimi particolari compreso il microclima. Meraviglioso.
Ottimo lo strudel di mele accompagnato con panna ai mirtilli ( quattro euro la porzione). La frescura è quanto di meglio si possa desiderare in una giornata assolata. Ne usciamo a malincuore per visitare il padiglione dell’Iran, assai povero, scarno, con un modestissimo complessino che suona annoiato musiche tipiche. Ma dove sono finiti gli sfarzi dell’antica Persia?  Eppure il paese degli ayatollah è uno dei più avanzati del medioriente sul piano dell’industria e della tecnologia. Interessante il padiglione del Sultanato dell’Oman con il deserto ricostruito e la produzione dell’acqua dalla dissalazione del mare. L’alimentazione è tipicamente mediterranea, i metodi di pesca come quelli nostri di mezzo secolo fa. 
Foto Luigi Tumbarello
Di fronte ci appare il padiglione del  Qatar. Sfarzoso, lussuoso, accogliente, con la bellezza delle sue fontane da mille e una notte e  delle sue hostess. Le ragazze liceali  fanno a gara a farsi fotografare con gli uomini in "kandura", la tunica bianca caratteristica. Si sale dal piano ammezzato a quello superiore attraverso una scala mobile, lusso che troviamo solo qui   (potenza dei petrodollari).
foto Luigi Tumbarello
L’acqua è il bene vitale, enormi gli investimenti sui dissalatori. Nulla si dice del petrolio. Lo spettacolo tecnologico è stupefacente nella rappresentazione  scenografica dell’albero, metafora della vita e della nutrizione.Molta interattività per quanto riguarda il tavolo degli alimenti e i piatti tipici. la coreografia è raffinata. Non hanno badato a spese, beati loro che se lo possono permettere. Il Qatar è l’unico tra i padiglioni visitati ad offrirci datteri. Squisiti. Impossibile entrare in quello del Giappone e del Messico. Troppa la coda da fare.
foto Luigi Tumbarello
Ci avviamo verso quello della  Russia, sormontato da un enorme baldacchino di specchi che riflettono il largo ingresso.  Una folla di ragazzi circonda delle bellissime ballerine russe scatenate in una danza tipica. Guardiamo lo spettacolo  con gli occhi verso l’enorme specchio  del baldacchino in alto che riflette ciò che avviene in basso. La fila è ordinata, disciplinata e scorrevole. L’interno è dominato da un enorme parete raffigurante la tavola di  Mendeleev e ogni elemento associato ad un alimento. 
foto Luigi Tumbarello
È l’elogio agli scienziati che si sono dedicati e continuano a farlo nel migliorare le tecnologie produttive e soprattutto e lanella ricerca della biodiversità. Tutto all’insegna del super, supertecnologico, superiflettente, superdidattico. Giganteschi monitor informano che la terra della grande e santa madre  Russia possiede il lago più profondo della terra, quello più grande, il fiume più lungo e per finire, il 26% delle risorse idriche mondiali di acqua dolce. Un avvertimento? Un messaggio per  dire che le sanzioni fanno un baffo a Putin? Un enorme e  psichedelico bancone da pub che dispensa gratuitamente bibite caratteristiche  era assaltato dai giovani. 
Troppa folla di ragazzi al banco. Un segno dei tempi.  Altro che interesse didattico da parte loro. Viva la vodka, che per fortuna non viene dispensata.  Vietato comprare souvenir per noi poveri visitatori. Tutto all’insegna del costoso. D’altronde chi può permettersi oggi di spendere a Milano se non i paperoni russi, gli sceicchi arabi e i mandarini cinesi? Usciamo soddisfatti non dopo averne ammirato la struttura avveniristica, per certi versi ardita, del padiglione a forma di  una moderna arca con le pareti esterne in tema con quello che è lo spirito dell’expo. Ci avviamo, siamo a pomeriggio inoltrato, verso il padiglione Italia. Incastonato tra quello svizzero e quello della Frau Merkel , si presenta imponente. Una struttura di acciaio avvolta da un enorme  candido ricamo, gioiello architettonico  e di tecnologie ingegneristiche avanzatissime. Quello della Germania non è da meno per l’arditezza costruttiva.
foto Luigi Tumbarello
In fondo al viale si erge imponente l’albero della vita e il giochi d’acqua della grande vasca. Ci affascina e subito ci troviamo in coda ad una lunghissima fila. Un serpente umano disciplinato e paziente  che dall’esterno si snoda verso l’interno per due rampe di scale di acciaio. Centinaia e centinaia di teste e di corpi verticali che si muovono lentamente. Siamo fortunati. Ci dicono che bisognerà attendere un’oretta per entrare. Fortunati perché il martedì è il più anonimo dei giorni della settimana. Immagino cosa succederà il sabato, la domenica o durante il  prossimo ponte del 2 giugno.  
foto Luigi Tumbarello
Il serpente umano si snoda dall’esterno verso l’interno segmentato, fanno entrare gruppi di trenta intervallati ogni 15 minuti. Intervalli di tempo  di attesa lungo le rampe di acciaio che conducono ai piani superiori. Nessuna scala mobile, significa che non abbiamo i petrodollari. Arrivati alla rampa del  primo piano solo allora mi rendo conto della quantità di persone che sono in fila all’interno del padiglione Italia, moltissimi stranieri. Se la sommiamo a quella che sta fuori si ha la rappresentazione abbastanza approssimata per difetto di quanti siano i visitatori quel pomeriggio. Uno sguardo più attento, verso il basso, rivela un qualcosa che non ti aspettavi. Nessuno al piano terra si sofferma a guardare la bellissima statua marmorea di Hora proveniente dagli Uffizi.   All’interno del padiglione altre opere d’arte vengono ignorate, o almeno, per esse solo sguardi fugaci. La Vucciria di Guttuso ad esempio. Sono centinaia le opere d’arte  provenienti da tutto il mondo esposte nei vari spazi dell’Expo, gran parte di esse saranno ignorate dai visitatori medi, categoria alla quale mi riconosco di appartenere. Non si viene all’expo per ammirarle, nell’immaginario collettivo esse fanno parte di un altro circuito, di conseguenza vengono ignorate dalla massa, che è poi quella che conta e  che fa statistica.
Foto Luigi Tumbarello

 La curiosità viene soddisfatta dalla creatività, dall’originalità, dalle forme curvilinee o geometriche impossibili, dai materiali usati e progettati appositamente per i vari padiglioni. Più che il cibo attrae l’estetica, e con essa gli effetti speciali, il gioco di luci, i cromatismi, le proiezioni caleidoscopiche delle immagini, come avviene nella sala degli specchi. La novità è rappresentata dagli avatar, l’avevo incontrato in quello del Qatar. Manichini che attraverso  fasci luminosi provenienti da  proiettori computerizzati danno loro un senso di animazione.  
foto Luigi Tumbarello
Sono  gli avatar a rappresentare le varie categorie produttive del nostro Paese.  Tutto all’insegna della retorica presentata come potenza: del fare, della bellezza, del limite e del futuro. I temi sono comuni: la salvaguardia dell’ambiente dal disastro ecologico, la difesa del territorio, il dissesto idrogeologico, l’inquinamento. Priorità di tutti i paesi partecipanti è, almeno a parole e nei messaggi promozionali, il miglioramento della qualità della vita. Ambiente e cibo, un connubio didattico che crea consenso. Una piccola annotazione alla fine della visita. Mi ha lasciato perplesso, nello spazio dedicato alla produzione di eccellenza delle regioni d’Italia dovere tristemente osservare che la mia regione, la Sicilia, viene rappresentata  solo per la produzione di fichidindia e fichi. 
foto Luigi Tumbarello
Godiamo di scarsa considerazione, in questo modo il messaggio promozionale appare devastante sul piano dell’immagine. Non bastava la pessima figura fatta con il padiglione Sicilia chiuso perché inagibile.
Usciamo dal padiglione Italia dopo un paio d’ore, stanchi, indolenziti, ci sentiamo esausti. Si decide di rientrare a Milano essendo le energie esaurite. Mancano ancora tanti padiglioni da visitare, quello del Vaticano, il  Messico oltre a quelli inizialmente citati. Ma tutto non si può girare  in un giorno né in due. Non mancano, lungo il percorso del Decumano, cortei di protesta o quantomeno di sensibilizzazione sulla questione del cibo.  Tutto avviene in modo ordinato, circoscritto, discreto, quasi ironico. Fa parte quasi della coreografia di questa grandiosa messa in scena espositiva.
foto Luigi Tumbarello
  Ne è valsa la pena?  Sì, vale la pena, non fosse altro che per questo secolo non vi sarà in Italia un’altra esposizione universale. L’attimo deve essere raccolto quanto si può. Possiamo sempre dire di essere stati testimoni di qualcosa che inciderà nei prossimi anni sul cambiamento del modo di percepire la vita. E sarà una rivoluzione. Prepariamoci.

mercoledì 6 maggio 2015

Scuola: il merito chi l'ha visto?



Ho visto , durante la mia non breve carriera di insegnante, colleghi  in gamba, altri bravi e molti, moltissimi meno bravi. Ho visto nella scuola tanti, troppi nullafacenti, dei veri paraculo, altri , al contrario, sempre disponibili. Ho conosciuto tanta gente fare il proprio dovere con passione e con professione mentre altri erano dei veri ventisettisti.  Ho visto docenti che si vantavano della loro didattica estemporanea,senza alcuna programmazione; altri solerti e puntigliosi nel rispettare le scansione delle linee programmatiche. Ho visto tanti  insegnanti assenteisti e doppiolavoristi. Ho visto morire la figura carismatica del preside per essere sostituita da new entry  di burocrati, attenti solo “alle carte”. Ho conosciuto  dirigenti scolastici  senza alcuna esperienza didattica. Ho visto colleghi educare e rispettare i propri alunni, altri trattarli come entità numeriche. Ho visto  valutazioni metodologicamente stravaganti e altre soggettivamente aritmetiche da fare invidia alle scale termometriche. In tutti gli anni che ho insegnato  mai ho visto  premiare il merito. Ho lasciato la scuola avviarsi verso l’ appiattimento e la  mediocrità. Hanno ragione i sindacati a protestare. Il merito è il nemico della mediocrità che loro hanno sempre rappresentato e tutelato.  

domenica 26 aprile 2015

25 Aprile : una città smemorata.


Il mazarese Vincenzo Modica "Petralia" porta la bandiera tricolore in piazza Vittorio Veneto, a Torino,
durante la manifestazione del 6 maggio 1945.  Archivio Istoreto. 
Un 25 Aprile nel segno dell’oblìo  quello di Mazara del Vallo, in una città deserta, con i suoi abitanti che invadono i supermercati, le macellerie, le pescherie, i negozi ortofrutticoli, pensando allo schitticchio. Ancora una volta è la festa della panza,  come ormai di consuetudine sono diventate quelle siciliane e mazaresi in particolare a prevalere sulla cultura  della Memoria. Poco importa se questa città può vantare un suo picciotto diventato, durante la Resistenza,  uno dei comandanti partigiani più famosi e più amati, in Piemonte addirittura venerato, quel  Vincenzo Modica, Petralia il suo nome di battaglia, al quale  la sua città natìa mai ha dato solenni riconoscimenti. Tra  Carneade  e  Petralia, vince in assoluto il primo, tra  i nostri studenti liceali, per  livello di notorietà. Questo la dice lunga di come la memoria venga salvaguardata e studiata nelle nostre scuole.  Non c’è da meravigliarsi, se questa città si dimostra matrigna con i suoi figli migliori; questa storia si ripete spesso, purtroppo.
Come tutte le  città di mare, essa appare  smemorata,  la memoria non va oltre l’ieri, votata com’è  al carpe diem  e dove l’unica ragion d’essere è tenere in esercizio le mucose gastriche, non certo  i neuroni. Va bene che sono trascorsi settanta anni da quel 25 Aprile in cui venne sconfitta quella dittatura nazi - fascista, esempio  di male assoluto o di banalità del male, visti i personaggi che produsse; da  allora si sono avvicendate tante generazioni con altri valori, o disvalori, a secondo il punto di vista.  È anche vero che la Resistenza, da queste parti è stata poco vissuta, e se bisogna ritrovare quelle motivazioni  valoriali che consentirono l’affermazione di chi stava dalla parte della ragione su chi dalla parte del torto, di chi aveva scelto la libertà rispetto alla repressione, bisogna andare là, a respirarne l’aria, sui monti degli Appennini e delle prealpi, nei boschi dove i partigiani combatterono e trovarono rifugio e spesso sepoltura, nei cortili delle caserme dove venivano fucilati i prigionieri, negli anfratti delle caverne dove innocenti venivano trucidati, nelle segrete delle carceri dove avvenivano le torture, nei piccoli borghi e sconosciute frazioni dove avvenivano le stragi di massa, nelle camere a gas dove si perpetrava il più grande genocidio della storia umana. Luoghi troppo lontani o sconosciuti per la nostra comunità siciliota. E i nostri giovani  non ne hanno nessuna voglia e conoscenza. Neanche di leggere la nostra Costituzione, il frutto più prezioso che la Resistenza  abbia donato alle future generazioni.
E il processo di smemorizzazione  raggiunge il suo apice nella balorda proposta  meloniana di sostituire il 25 Aprile con il 24 Maggio. Siamo alla Caporetto dei valori fondanti della democrazia. 
 Da noi il 25 Aprile si è rinunciato alle commemorazioni ufficiali, alla retorica dei discorsi magniloquenti, alla corona d’alloro al monumento dei caduti, tuttora vandalizzato. 
Ma  allo schitticchio no, a quello non si rinuncia.

p.s. solo nella tarda mattinata è stata deposta una corona d'alloro sotto il monumento dei caduti.




lunedì 20 aprile 2015

Il degrado della Fontana di Consagra. Irritazione dell'Associazione Archivio Pietro Consagra.

 La fontana di Pietro Consagra (foto L.Tumbarello)
 La moglie dello scultore mazarese delusa per l’indifferenza dell’amministrazione comunale. Intanto la più famosa delle fontane del maestro versa in uno stato di incomprensibile abbandono. 
«Non ci sono soldi per restaurare il gruppo scultoreo della fontana  di Consagra». È quanto si sono  sentiti rispondere  dall’Amministrazione Comunale gli inviati  dell’ Associazione Archivio Pietro Consagra  presieduta dalla moglie dell’artista prof.ssa Gabriella Di Milia.
La notizia è stata sottaciuta dai media locali, non è stato emesso alcun comunicato stampa da parte del Comune di Mazara. Attorno a essa il silenzio è assoluto.
Tuttavia a Milano, nella sede dell’ Associazione Archivio Pietro Consagra, quel «Non ci sono soldi per restaurare l’opera di Consagra»   è stato accolto con irritazione e fastidio. Non ci sono i  soldi  per iniziare un serio provvedimento di recupero e di conservazione della fontana che il maestro ha voluto donare alla sua Città.
Chi ha avuto modo di parlare con la Di Milia, ha avvertito nella sua voce delusione e sconforto.  La relazione degli inviati  all’Associazione Archivio Pietro Consagra è stata tranciante: « La fontana e gli elementi scultorei si trovano in condizioni penose», così racconta Gabriella Di Milia al suo interlocutore.
Pietro Consagra non meritava un simile trattamento dalla Sua Città e dai suoi concittadini, sono anni che lo scrivo.
Eppure è la stessa moglie di Consagra a non avere niente in contrario che la nuova passeggiata del lungomare venga intitolata all’artista mazarese, essendo nel progetto, destinata  e immaginata come luogo in cui  collocare delle opere en plein air del maestro.   Gabriella Di Milio ha posto però una condizione: «Che  il comune si impegni a restaurare contemporaneamente  il gruppo scultoreo sito in Piazza Mokarta».
Però se non si restaura la fontana di Consagra, non ci sarà il  consenso da parte dell’Associazione all’intitolazione.  
“ Gli esseri venuti dal mare” questo il nome dell’opera bronzea di Consagra, che i mazaresi hanno beffardamente e rozzamente  chiamato “ quattro di bastoni”, si trova in condizioni di  indicibile deterioramento, coperta da incrostazioni calcaree e licheni, è  da anni bisognosa di interventi mirati, da affidare a degli esperti, per ricomporre alcune placche metalliche andate perdute e per sostituire l’intero sistema degli ugelli di uscita dei getti d’acqua. Un intervento di restauro e di conservazione consentirebbe alla collettività e ai turisti di potere godere di una delle opere di indubbio valore estetico ed artistico che tutte le capitali del mondo vorrebbero avere. Mi chiedo cosa hanno fatto e stanno facendo i  vari assessori alla cultura o i consulenti culturali che si sono avvicendati nel tempo. La stessa vasca appare in condizioni di incuria totale.
 Consagra, visto lo stato di degrado in cui versava la sua opera ebbe a dire:« questa scultura senza il gioco delle acque non significa nulla, piuttosto che togliere o modificare il gioco delle acque distruggetela».
 Il pessimo stato dell’intera fontana dà l’idea dell’indifferenza e del disamore  della città verso il  bello,  verso la cultura, verso l’arte, verso il proprio patrimonio artistico e  soprattutto verso l’Artista. Le attuali condizioni della Fontana di Consagra insieme a quel che resta dell’Arco Normanno, ad essa vicino, esprimono l’incultura, la superficialità, la negligenza di una collettività che si dimostra ancora una volta “scopina della sua storia e della sua identità”. 
Non ci sono soldi per restaurare il gruppo scultoreo della fontana  di Consagra? Ma è tanto difficile per una amministrazione che della cultura fa a parole il suo vessillo e che in campagna elettorale si è vantata di avere ottenuto finanziamenti più di ogni altra città della Sicilia, trovare qualche decina di migliaia di euro o degli sponsor importanti,  nazionali o internazionali, disposti a finanziare il recupero dell’opera d’arte? La fontana ha meno dignità della costosissima  chiatta o della Rotonda del lungomare? Questa collettività è avviata  inesorabilmente verso il proprio triste  declino culturale e sociale, avendo perduto la capacità di indignarsi e di alzare la voce dinanzi alla dissoluzione di parte del proprio patrimonio artistico.