Non c'è nulla interamente in nostro potere, se non i nostri pensieri.
René Descartes - Cartesio

venerdì 12 dicembre 2014

Una città per cani.

Credo che adesso si stia esagerando con questa storia. Possibile che con tutti i problemi che attanagliano la città, sprofondata nel precipizio di una crisi sociale ed economica ormai irreversibile, con una marina in coma profondo, con l’agricoltura abbandonata al suo destino, con una edilizia inesistente, un artigianato inconsistente, un turismo mai iniziato, le attività commerciali che chiudono di giorno in giorno, con la via più elegante della città ridotta a vuote vetrine, con i locali del centro storico serrati, con una gioventù priva di speranza e di futuro, e per di più con una fenomeno di microcriminalità ( ? ) sottovalutato e tuttavia sempre più inquietante e invasiva, tutta l’attenzione dei mass media, pilotati dalla politica, sia rivolta verso un cane?
Un solo cane e non i cinquecento suoi consimili che hanno di fatto occupato l’intera città e periferie, cimitero incluso, e che per lo più la fanno da padroni.
Possibile che questa città, una volta famosa per il suo pesce sia oggi menzionata solo per quel nome: Nicola?
Il personaggio più famoso, oggi, a Mazara, non è il sindaco Nicola Cristaldi, ma un cane a cui qualche buontempone ha voluto dare, per piaggeria o per celia lo stesso nome. Nicola è addirittura un meticcio, nemmeno un cane di razza con pedigree e medagliere. Non ha fatto nulla di eroico, non sa accompagnare un cieco, non sa fare la guardia, non è da riporto, non ha mai difeso qualcuno, ha seguito solo il suo istinto di bestia, sopravvivere nel migliore dei modi, da furbesco ruffiano. Su questa povera bestia si è voluto costruire un battage pubblicitario senza precedenti e a dire il vero anche con una certa furbizia, leggi il post, facendola addirittura diventare una vera primadonna. Del cane si sono occupati le cronache dei maggiori giornali italiani e su di esso sono stati fatti alcuni reportages dalle maggiori televisioni nazionali. Sicuramente un bel modo di fare pubblicità alla città o farsi pubblicità secondo i punti di vista. Per Nicola si sono aperte le porte della televisione, da vera star, come i suoi consimili  più famosi Rin tin tin, Rex o Lassie. Per il mansueto canide sono state aperte addirittura le discrete stanze della politica, davanti alle quali ai cittadini umani non è concesso neanche di sostare, figurarsi di entrare.
Così Nicola viene fotografato e ripreso disteso su un antico e prezioso tappeto o comodamente accucciato su un morbido divano di pelle, sempre accanto al primo cittadino, mentre quest’ultimo esercita le sue funzioni istituzionali.

  Riunioni alle quali Nicola partecipa con grande rispetto, silenziosamente, non sporca, come suol dirsi ” dichiara orgogliosamente il sindaco Nicola Cristaldi ripreso dalle telecamere di mediaset con accanto il fido Nicola, per l’occasione insignito della fascia tricolore di primo cittadino.
La storia è ricca di animali divenuti celebri. Caligola non nominò il suo cavallo Incitatus Primo cittadino di Roma e poi Senatore? Chissà se in futuro al cane Nicola, cui auguriamo lunga vita, non sarà eretta una statua nella bella piazza Mokarta per sostituire la decadente e bistrattata opera di Pietro Consagra così come hanno fatto per Hachiko nella stazione di Shibuya a Tokio. Chissà, inoltre, se dopo le sue dichiarazioni, il sindaco consentirà ai suoi umani concittadini che ne faranno richiesta di potere assistere alle riunioni di lavoro della giunta, con l’impegno di comportarsi come Nicola: essere rispettosi, stare in silenzio e soprattutto non sporcare le preziose suppellettili.
Io credo di no.
Mi auguro, però, passata questa sbornia da amici degli animali, che l’attenzione della comunità e delle istituzioni si rivolga soprattutto sugli umani per costruire una città a misura di uomo e non di cani.

venerdì 21 novembre 2014

Mazara: non c’è pace per il caro estinto.




Nel cimitero sono sempre più numerosi i casi di occupazione illegittima di loculi. A oggi nessun provvedimento dell’amministrazione per restituirli ai legittimi proprietari.
Che cosa succede in questa città? Non è un banale interrogativo né semplice domanda retorica. Dinanzi a fatti talmente inverosimili, kafkiani, che umiliano la dignità umana nel momento del commiato definitivo dalla vita terrena, non si può far finta di non vedere e girarsi dall’altra parte. Non rimane che recuperare quel senso dell’indignazione, che sembra essere stata perduta da tempo, quando si impedisce che i defunti abbiano il diritto di essere tumulati nei loculi di loro proprietà. Questo è avvenuto e avviene nella Mazara che qualcuno si ostina a decantare ancora Inclita oppure enfaticamente piccola grande capitale del mediterraneo. L’aspirazione alla proprietà di un loculo, insieme a quella della casa, ha sempre fatto parte della cultura dei nostri genitori e dei nostri nonni; la loro doppia dimora, una per la vita terrena, l’altra come luogo della memoria, la sola che desse loro il conforto di ricevere un fiore e di essere ricordati dai propri cari. Capita così che in questa città, non a volte, come si vorrebbe far credere, ma spesso, troppo spesso, al povero estinto venga negata, senza alcun pudore e senza alcuna giustificazione, dietro la scellerata scusa di non ci sono loculi, la tumulazione nel proprio loculo o in quello della propria congiunta di cui sono legittimi proprietari. Solo in quel momento si scopre che i loculi sono occupati illegittimamente da altri con l’assenso o la complicità dei vari responsabili cimiteriali. A nulla valgono le proteste dei familiari del defunto di fronte a un muro di omertoso silenzio fatto di non so e di io non c’entro. Muro eretto dai responsabili cimiteriali, dai funzionari ai dirigenti fino ai politici che nel tempo si sono succeduti. Un continuo rimpallo di responsabilità politiche e amministrative a vari livelli. Spesso al danno si aggiunge la beffa se la tumulazione del defunto defraudato avviene in maniera provvisoria, viene detto sempre così per tranquillizzare i parenti, in loculi pericolanti per vetustà e per precarie condizioni di staticità. Vi dovete accontentare ma è sempre provvisorio. È quella provvisorietà che assume un significato cinico e beffardo sapendo che la sua scansione temporale tende all’infinito. Sembra che i casi siano qualche centinaio, ma su di essi la coltre di silenzio appare sempre più inquietante, soprattutto quando ci si accorge che chi amministra non sembra avere interesse a risolvere il problema. Forse perché i morti non votano e non protestano?
Apprezzo l’amministrazione quando si indigna dinanzi agli atti di bullismo vandalico che hanno come obbiettivo l’arredo urbano. Apprezzerei di più se si indignasse allo stesso modo e impegnasse le stesse energie nel prendere urgenti provvedimenti per riportare legalità e diritto nel nostro cimitero.

domenica 9 novembre 2014

Cercasi Postulatore per la beatificazione di padre Giovanni Matteo Adami.




Padre Giovanni Matteo Adami,( Mazara 17 Ottobre 1576 - Nagasaki 22 Ottobre 1633), entrato a diciannove anni nella Compagnia di Gesù, a 26 anni parte per la Missione in Giappone dove in seguito diventa Superiore della Compagnia esercitando con grande fede la sua missione apostolica. Costretto a rifugiarsi in Cina a seguito delle persecuzioni giapponesi contro i missionari, divenne Vicario e Rettore del Collegio di Macao. Ritornato in Giappone per continuare la sua missione, subì le persecuzioni e fu costretto a girovagare e nascondersi tra le impervie montagne, fino a quando, ormai stremato e malato, fu preso prigioniero e condannato al supplizio dell’ana tsurushi, impiccagione a testa in giù, con il corpo calato fino a metà nella fossa, dove morì dopo cinque giorni di atroci sofferenze il 22 Ottobre 1633.
Per padre Giovanni Matteo Adami, il martirio, al contrario di migliaia di altri martiri, non appare sufficiente a aprire le porte della Beatificazione. Eppure negli ultimi decenni la Chiesa ha curato con ritmo particolarmente intenso, spesso con scenografie spettacolari, le cause di canonizzazione e sono stati proclamati santi o beati migliaia di fedeli cristiani di tutte le epoche, anche di tempi recenti, appartenenti alle più diverse condizioni: sacerdoti e laici, religiosi, persone sposate, deceduti ad un'età veneranda o chiamati dal Signore ancora giovani.
Solo Giovanni Paolo II ha proclamato durante il suo pontificato 1345 beati e 483 santi. Significative le beatificazioni di massa dei martiri del xx secolo, ben 233 della guerra civile spagnola Se si analizzano brevemente i dati relativi le beatificazioni e le canonizzazioni wojtyliane, l’elemento che appare preponderante è la forte presenza di martiri (1032 beati su 1345, il 76%, e 402 santi su 483, l’83%). Il pensiero, espresso dal pontefice in differenti interventi, che la Chiesa del Novecento e del terzo millennio sia nuovamente Chiesa martiriale, con la riproposizione dell’antica immagine sanguis martyrum-semen cristianorum, trova nelle glorificazioni non solo conferma, ma attuazione concreta.
Non fu da meno il suo successore Papa Benedetto xvi, che il 28 ottobre 2007 in una storica beatificazione di massa, innalzò alla beatitudine 498 martiri spagnoli della guerra civile.
Processo continuato dall’attuale pontefice Francesco I con altri 522 martiri spagnoli (Terragona Ottobre 2013) e durante il suo primo viaggio in Corea dove ha presieduto alla beatificazione di Paul Yun Ji Chung assieme ad altri 123 compagni martiri.
Eppure in tutte queste spettacolari beatificazioni e canonizzazioni è stato dimenticato il gesuita mazarese. Una distrazione della Chiesa Mazarese che sembra avere rimosso, dimenticato e sepolto questo suo figlio e il suo martirio.
Nel suo messaggio alla prefazione del libro Giovanni Matteo Adami S.J scritto da Francesca La Malfa e presentato un mese fa a cura dell’Istituto Per La Storia Della Chiesa Mazarese, il vescovo Mogavero scrive:
“La distanza geografica non giustifica l’oblio di questo glorioso apostolo di Cristo”
Bene, allora la Chiesa di Mazara si faccia postulatore del processo di Beatificazione, in modo che alla comunità mazarese sia data la possibilità di tributare culto pubblico al suo Figlio e Servo di Dio Giovanni Matteo Adami.

domenica 2 novembre 2014

Dalla parte dello scecco di senia


Tunisia
di Nino Giaramidaro*

«... e Riro il giovenco biondo come l’oro che tirava da sé senza benda e senza guida l’acqua dal pozzo, piano piano, com’egli l’aveva ammaestrato. La nòria a ogni giro della bestia dava un fischio lamentoso. Egli, da lontano, contava quei fischi; sapeva quanti giri ci volevano a riempire i vivai, e si regolava. Ora, addio Riro! E il fischio della nòria da quel giorno in poi, non l’avrebbe più udito...»
Sono poche righe di Pirandello nella novella Il vitalizio. Si possono dire accorate oltre la letteratura, come se Riro fosse suo nella realtà “effettuale”. Più che una bestia un quasi parente. E probabilmente scritte col presentimento che il giovenco, le vecchie mule e soprattutto gli eserciti di “scecchi di senia” sarebbero stati dimenticati, senza un sasso, un sasso solo che ne ricordasse il sacrificio di decine di secoli a far girare alla cieca quell’asta idrica.
Sì, perché oltre che della libertà lo scecco di senia veniva privato della vista, accecato da una benda perché non si ribellasse a quei passi sempre uguali, intorno a quel cerchio che durava per tutto l’orario rurale, da buio a buio, con la monotonia mitigata dallo stridìo angosciato degli ingranaggi del differenziale di legno. Che trasmetteva l’energia da una ruota orizzontale a un’altra verticale con al centro l’asse per far calare vuota e riemergere dal pozzo piena la lunga “cintura” di recipienti di zinco che versavano l’acqua nella gebbia.  Anche Lucignolo, diventato “ciuchino”, muore sotto gli occhi di Pinocchio stremato dallo spasimo di spingere l’asta del bindolo, come si chiama la senia in lingua. Un castigo definitivo che Collodi, avvertito dei decessi degli asini veri, aveva inflitto al somaro-bambino come uno dei più crudi dei quali sapeva.
noria ( foto Giaramidaro )
Insomma, nati per morire in un’arena ingloriosa, uccisi dalla fatica insormontabile; oppure morti di volontaria morte: che ne sappiamo, noi ragionanti, se il cervello dell’asino gira nel senso contrario a quello della nòria, accendendogli un sentire di inutilità, di un andare vano, senza nessun arrivo dove gli occhi possano vedere qualcosa che provochi la soddisfazione del raglio. C’erano pure i somari più forti, ai quali il cuore resisteva ma le zampe non andavano più. Rimanevano fermi sotto la loro condanna. Interveniva, allora, implacabile la tardiva pietà umana che con una “misericordia” di legno e ferro trafiggeva la testa dell’animale impuntato e inutile.
Ora, dopo decenni di cavalli vapore, lo scecco è diventato specie che si vorrebbe proteggere dal terribile usa e getta: si studiano carte dei diritti e statuti etici del somaro. Ma c’è motivo di credere che ormai siano più numerosi gli asinelli del presepio che quelli in carne ed ossa. Bisognerebbe assegnargli il titolo di “bracciante agricolo ad honorem”, dedicargli strade, piazze, statue come quella che c’è a Marsala, città del vino e della campagna, nella quale Salvatore Fiume lo ha scolpito sorridente, scalciante con un barile addosso; insomma, ravvivato da quell’allegria alticcia, risarcitoria e postuma della incommensurabile tristezza dello scecco di senia. 
Marsala, fontana di Fiume ( foto Ingrasciotta )
Si dedicano giornate a tante realtà passate e presenti, anche alle meno immaginabili, ma nessuna all’asino, compagno di sudore dei siciliani più poveri che lavorarono timbrando lo stesso suo cartellino. Per ora, “sceccu di senia” rimane nel lessico popolare ad indicare chi si ammazza di lavoro.
Molti studiosi dicono che il girare dello scecco sotto l’asta della senia si interruppe nei primi decenni dello scorso secolo, ma io ricordo gli orti mazaresi – lungo la riva sinistra del Mazaro, sovrastanti i misteri di Miragliano – con le loro gebbie, piccole o maestose, e gli ortolani che con destrezza di zappa chiudevano e aprivano i canali dove l’acqua scorreva per bagnare i brevi filari di broccoli, melanzane, zucchine (cucuzzeddri), angurie e meloni, e prezzemolo e basilico, sino alle troffe di finocchi e rarici (ravanelli). Raggiere geometricamente disegnate, nelle quali l’acqua riusciva a superare montarozzi e avvallamenti senza mai rinunciare al suo fioco gorgoglio arabo, quasi una lieve melodia, un sussurro di sirene interrate, dolce e ammaliante, struggente nella intermittenza della memoria vecchia. Oppure i verdissimi orti che a ridosso della via La Licata giungevano alla Makara per poi virare verso Santa Maria di Gesù (Santamaragesu). E gli altri lontani di Gorgorosso, con molte gebbie a lungo bombardate e tufi medicatori lasciati senza intonaco.
Un piccolo mondo arabo nella geometria dei filari che sembravano riprodurre ancora figure e simbolismi islamici nei loro saliscendi a emme minuscola; e nel correre di quell’incavo zappato dal quale se ne aprivano altri più stretti – ognuno con nome e cognome della perduta lingua della campagna – per raggiungere le piante in fiduciosa attesa. Sì, tutto venuto con lo sbarco a Quarara dell’Egira che si allargava. 
noria
Nei “giardini di delizia” dove le piante ornamentali, aromatiche e gli alberi da frutto – lumincelle, azzeruoli, sorbi e fichidindia, mandarini e aranci e melograni “cartasi” – intersecavano le casedde dell’orto, gli odori si mischiavano come nell’arte profumiera, e bisognava avvicinarsi agli arabeschi delle piante per sentire la fragranza del gelsomino, o spezzare una foglia alla citronella, cogliere una lumincella dal sapore di un sentimento leggero. E l’acqua scorreva nei solchi, lenta e conturbante, sempre grazie al girare infinito di uno scecco di senia.
Negli anni Settanta ce n’erano tante alle porte posteriori di Tunisi, verso l’antica Kairouan, spinte dall’Equus africanus, cioè dallo scecco cugino di quello siciliano. Più si andava giù, più le “ggebbie” diventavano piccole; e si incontravano cavalli e mule al palo che in terna correvano sopra le spighe: per trebbiare, separare i chicchi dalla paglia, così come a metà del secolo scorso si faceva nel latifondo siciliano. E dopo gli ultimi giardini, la sabbia. Col vibrare basso dello scirocco del deserto: il simun, teso e sabbioso, che a volte viene a morire nell’umidità del Mediterraneo. Viaggiatori recenti dicono che ce ne sono di sopravvissute. 
Tunisia ( foto Giaramidaro )
«Il giardino arabo è un’anticamera del paradiso», scrisse Enrique Sordo, critico letterario e autore di libri di cucina, mentre il Corano lo ritiene “Metafora del paradiso”. E gli odori, i suoni delle acque, le atmosfere dei giardini di delizia siciliani si incontrano nel verde dell’Alhambra, a Granada, regno dei mori per oltre cinquecento anni, di coloro che perfezionarono le agricolture e i giardini persiani e bizantini. Acque fruscianti che avvolgono fra canali, zampilli, gradoni, vasche e fontane; che girano, si inerpicano e poi scendono in un incessante scorrere, come se il corso fosse volto verso il labirinto dell’eternità, tra brusii ora più forti ora più lievi, toccando note dello spartito del sapere botanico e idraulico.
Ma ovunque ci fosse una sorgente che aveva bisogno di artifizi per dare l’acqua, c’era il laborioso asino, quell’animale – dicono esperti di biodiversità zootecnica – capace di provare «affetto per coloro che lo trattano in modo conveniente, sapendo riconoscere il padrone anche da molto lontano». Una fiducia inestinguibile e mal corrisposta, come nei grandi drammi della storia. Per questo se tanti popoli hanno un “passato irrisolto” con altri popoli, noi siciliani – ma anche tanti altri – lo abbiamo con gli asini.

*Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora  poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie degli anni sessanta in una mostra dal titolo “Alla rinfusa”.