Le
piazze sono piene, tanta gente ha voglia di politica, ne vuole conoscere i
progetti, condividerli; c’è soprattutto tanto desiderio di normalità dopo un
profluvio di promesse e mirabilie. È finito
il tempo dei pifferai, degli illusionisti, dei venditori di miraggi. Non è più
tempo di sognare, ma di sbracciarsi le maniche, di disegnare il prossimo
imminente futuro di una città che in questi anni non è riuscita a decollare,
anzi, nonostante i roboanti annunci, è andata indietro nell’economia, nelle
attività produttive, nell’artigianato, nelle piccole imprese, nella
cantieristica, nell’agricoltura, nel turismo, nella sicurezza, regredendo di
senso civico, imbarbarendosi di vandalismo. In cinque anni la città si è
ulteriormente invecchiata, si è depauperata delle sue migliori intelligenze ed
energie, si è offuscata di acume, di vivacità, di fantasia, ha perduto il senso
del limite, della sobrietà, dell’armonia delle forme.
Le folle che calcano le piazze durante
i comizi fanno capire che è finito il tempo dell’antipolitica, che si ha
voglia di partecipazione, desiderio di potere contare nelle scelte, quanto meno
quelle di interesse comune e che fanno parte del patrimonio della collettività.
La comunità manifesta voglia di essere ascoltata dai politici, indica loro di
non alzare barriere, di confrontarsi, di vivere insieme la quotidianità e i
cambiamenti che il trascorrere degli eventi inevitabilmente impone in tutte le
società.
No more than five years
si grida in democrazie più avanzate dalla nostra, quanto la gente non riesce
più a contenere il suo disappunto e la sua delusione verso scelte e
comportamenti politici discutibili.
Mai più
cinque anni di cesure tra amministratori e
amministrati, di scelte a senso unico, di illusioni e di giochi di prestigio,
di litanie di parole vuote, di enunciati improbabili.
Quelle piazze colme non costituiscono
accondiscendenza alle proposte dei candidati, al contrario testimoniano il
reclamare di una condivisione delle scelte o quanto meno una attenzione verso i
problemi più imbellenti della comunità. Sbaglia, chiunque sarà eletto sindaco, ad
interpretare il consenso ottenuto come una delega in bianco, una investitura
divina e con poteri assoluti, perché questa visione non appartiene ai principi
e alle regole della democrazia. Sbaglia, chiunque sarà eletto sindaco, a
sottrarsi al confronto delle idee, perché è nel sapere misurare le proprie idee
con quelle degli altri, non a imporle, e, inoltre, nel saper esercitare la
virtù dell’ascolto, la dimostrazione della propria forza e della propria
saggezza.
Questo il messaggio che le migliaia di cittadini
che affollano in questi ultimi giorni le piazze vogliono mandare a tutti i
candidati. Alcuni di loro l’hanno recepito, altri continuano nel loro stolto
ruolo di venditori di fumo.
