Cartesio


Non c'è nulla interamente in nostro potere,se non i nostri pensieri.
Cartesio

giovedì 15 maggio 2014

Due candidati, una piazza, due popoli.



Cosa porta migliaia di persone, centinaia di famiglie, ad ascoltare un comizio di Vito Torrente, candidato sindaco, standosene in piedi, fitti fitti, in assoluto ordine, in una piazza diventata improvvisamente asfittica e inadeguata nelle dimensioni, nel momento in cui la politica appare sempre più commista ad interessi personali e dove episodi di cronache di malaffare investono sempre più larghi settori della stessa politica?
È quanto ci si chiede nell’osservare quella marea di folla che da piazza Mokarta tracima oltre ogni previsione sulle contigue vie adiacenti. È soltanto una esibizione muscolare che fa da contraltare alla manifestazione della serata precedente, sulla stessa piazza,voluta dall’attuale sindaco Cristaldi ad apertura della sua campagna elettorale e nella quale lo stesso primo cittadino ama ripetere che nell’attuale elezione alla corsa di sindaco “ vi sono due soli candidati:” Io e tutti gli altri” come dire che singolarmente gli altri non sono nessuno? È la risposta che Vito Torrente vuol mandare a tutti i candidati avversari, ma soprattutto ad uno solo, per avvisarli che se i numeri hanno un valore allora “i giochi per il ballottaggio non sono affari suoi” in quanto lui c’è già, ma semmai “interessano gli altri” indicando con orgoglio la sua gente che affolla la piazza?
Forse si tratta di prove muscolari, sicuramente assisteremo a duelli non in punta di fioretto, e più si andrà avanti più i fendenti caratterizzeranno questa campagna elettorale finora apparsa scialba e priva di mordente, almeno nel clima e negli umori, rispetto alla precedente. Due piazze, quelle che si sono succedute nell’arco di ventiquattro ore, assai diverse fra loro, che rappresentano due modi di interpretare la politica, due stili di relazionarsi con la gente. Da una parte Cristaldi rispolvera quello che fu il “salotto in piazza” di cinque anni fa, una scenografia open space. sotto forma di talk show, semplice e studiata nei particolari, uno schieramento di improbabili bandiere che rappresentano le liste civiche, oltre a quelle istituzionali, ad eccezione di una rappresentata da “ Fratelli d’Italia” che ha sostituito quella di “Forza Italia” nel cuore del primo cittadino. Qualche centinaio di sedie disposte su due settori, frontalmente al palco, con le prime file rigorosamente occupate dai più vicini al sindaco, capi cordata, assessori designati, candidati consiglieri. L’unico ospite politico di livello nazionale, il deputato Fabio Rampelli, ex A.N, adesso nella formazione del trio Moroni, La Russa, Crosetto, usciti da quello che una volta è stato il Popolo della Libertà. Quanta differenza con i salotti di cinque anni fa. È trascorso appena un lustro ma sembrano decenni. Allora continue passerelle di politici noti, di giornalisti e di uomini di cultura, di scrittori prestigiosi, tutti ad osannare il candidato Cristaldi. Adesso Cristaldi è solo, ha tracciato un solco profondo che lo separa dalla politica rappresentata dai partiti istituzionali. Quella presenza di “Fratelli d’Italia” è un procedere verso il futuro a passi indietro oppure un segnale politico che la fase discendente è incominciata?
Cristaldi è in blu elegante, il suo è il solito linguaggio, forbito nel lessico, denso di retorica, di enfasi, di iperboli, a tratti di sicumera. Non ha alcuna passione per la sobrietà lessicale, privilegia l’uso del plurale maiestatis. Ai suoi piace ascoltarlo; è sempre lui il centro dell’attenzione, non per niente sul palco, congedati gli ospiti, rimane volutamente solo sulla scena in un lungo interminabile soliloquio, perché gli altri, rispetto a lui, sono solo dei figuranti. È bravo nel farsi ascoltare, domina la scena con consumata maestria, denuncia di essere vittima di attacchi ingiusti, ingenerosi, dovuti a malafede e a invidia. Se cinque anni fa il refrain era “ Perché agli altri è consentito fare il sindaco e a Cristaldi no?” adesso, raggiunto lo scopo, ritorce ancora una volta la sua filippica contro gli avversari che vogliono battere a tutti i costi il sindaco,”anzi abbatterlo, anche fisicamente”.Va giù duro nelle accuse, le argomentazioni politiche lasciano il campo a turbamenti. Si sente insostituibile; preconizza un futuro della città, senza di lui, come il precipitare nel buio più assoluto. Sogna sempre grandi progetti, grandi parcheggi, grandi piazze, grandi strutture, ma questa volta non ci sono slide da far vedere e tecnici che li illustrino. Il resto della sua squadra, o parte di essa, rimane ai margini, passa in secondo piano mentre la gente lo ascolta comodamente seduta. Non c’è neanche l’entusiasmo che l’accompagnava nelle scorse amministrative e soprattutto quella gente. È un segnale, questo, che incomincia a preoccupare il primo cittadino.
Ventiquattro ore dopo, quella stessa piazza viene invasa da una incredibile folla; questa volta tutta per Vito Torrente. Sin dal tardo pomeriggio si nota un flusso di persone provenienti da ogni parte della città, avviarsi verso il luogo dove incontreranno il loro candidato.
È la sua gente che scende a sostenerlo con entusiasmo e con convinzione. Sono quasi sempre coppie, colpisce la moltitudine di giovani. Operai e artigiani, casalinghe, studenti. Vanno ad ascoltarlo, a incoraggiarlo, a fargli sentire la loro vicinanza, sono motivati perché Vito Torrente lo sentono vicino, gli possono parlare, rappresenta quel self made man che non si è montato la testa e, nonostante il successo economico, rimane sempre un artigiano, nei modi e nel cuore, che non ha tracciato un solco, che non ha divaricato le distanze con la gente, con i suoi operai, con i suoi dipendenti, con i suoi avversari. Parla di lavoro, di quel che ha fatto, di quel che ha imparato in politica, riconoscendo i suoi limiti, non nascondendo le sue ambizioni. Parla con rispetto dei suoi avversari, li considera compagni di avventura, ciascuno con un proprio progetto, con una propria visione politica. Non c’è vittimismo nelle sue parole. Sa bene che alle sue spalle si mormora, si sparge veleno, si lastrica il suo percorso politico di illazioni, di mezze parole, di insinuazioni. Torrente, da quel palco semplice, accanto ai suoi assessori designati e alle donne candidate, preferisce parlare alla sua gente, che lo ascolta e lo applaude. Lo fa con un linguaggio che sarà indigesto ai cultori del parlar barocco, non è raffinato nello stile, si inceppa sui congiuntivi, fa qualche capriola sintattica, però sa andare al sodo, sa toccare diritto le corde della gente, sa ragionare di pancia e di mente. La politica del fare, il lavoro, il dare speranza in momenti economicamente difficili, lo stare in mezzo a loro, ascoltarli, condividerne le sofferenze, i patimenti, dare loro un motivo per credere nel futuro; è quello che la gente si aspetta e che vuole sentire. Per questo rinuncerà all’auto blu; vuole continuare ad essere ogni giorno tra la gente, e il suo popolo lo abbraccia con calorosi applausi. Sarà anche un populista, un sornione, non sarà raffinato ma conosce i trucchi della politica;gioca a suo favore la lontananza dai partiti, e ciò non è cosa da poco, però non rappresenta l’antipolitica. Non sarà un esteta della retorica, ma il suo parlar chiaro e popolano viene apprezzato. D’altronde la folla che lo ascolta in ordine e compostezza non sa cosa farsene delle belle frasi, del parlare erudito. Quella marea umana è il vero avversario di Cristaldi.

giovedì 8 maggio 2014

Siamo tutti sondaggisti



Nel paese in cui tutti sono tecnici, critici, opinionisti, esperti in tuttologia, non poteva mancare la categoria più amata e più avversata dai politici, quella dei sondaggisti.
Anch’io, tra il serio e il faceto, ho provato ad addentrarmi in quel groviglio di previsioni fatto di sondaggi dei quali sono piene le pagine dei giornali. Nel farlo non mi sono avvalso di un metodo scientifico né di complicati algoritmi; per questo sono consapevole che sarò smentito dai risultati che usciranno dalle urne tra quindici giorni.
Perché non provarci allora? Provate ad entrare in un qualsiasi comitato elettorale di cui sono piene, in questi giorni, ogni via, ogni angolo, ogni piazza della città. Vi renderete conto di quante previsioni di voto e di quanti numeri sono scarabocchiati i fac-simili; risultati usciti da macchinosi calcoli mentali e che interessano ciascun candidato sindaco, ciascuna coalizione, ciascuna lista. Più che programmi, là dentro si sfornano con compiacenza numeri a tre–quattro cifre, percentuali, comparazioni ed elaborazioni statistiche da fare invidia ad un master bocconiano.
Le mie considerazioni sono strutturate su osservazioni, su scambi di opinioni, ma soprattutto su sensazioni epidermiche, e pertanto influenzate anche da antipatie e simpatie (non poteva non essere che così ), ma niente di personale. Alla fine di lunghe notti insonni  passate tra fogli excel, funzioni, formule di imput e grafici di tutti i tipi, il risultato che sono riuscito a tirare fuori mi è sembrato quanto meno idoneo a raggiungere due obbiettivi, fare gioire alcuni, fare incazzare altri. D’altronde la vita non è fatta di gioie e di incazzamenti?


Che ve ne pare?

domenica 4 maggio 2014

Amministrative a Mazara. Pubblicate le liste e designati gli assessori tra forti mal di pancia nei vari schieramenti.



Pubblicate le liste per le prossime amministrative, appare sempre più chiaro il rapporto di forza dei vari schieramenti politici. La lettura di questi elenchi mostra i partiti istituzionali in preda a una crisi di identità ormai irreversibile. Incapaci di rinnovarsi e di attrarre nuova linfa, insensibili alle richieste di rinnovamento sempre più pressanti gridate dagli elettori, i partiti, o quel che rimane di loro, si ritrovano invischiati nei soliti giochetti e tatticismi incuranti se questi provocano erosioni nel loro elettorato. I partiti storici, a leggere quegli elenchi, si presentano a tal punto sbrindellati da ricorrere a rabberciature talmente variegate da far concorrenza ad un ordito patch work. Non si curano neanche dell’apparenza se alla forte richiesta di ricambio generazionale e di rinnovamento presentano candidati ultra settantenni e ottantenni; si rimane increduli dinanzi a simili scelte che non fanno altro che acuire il già profondo solco tra la politica virtuale e la società reale. Frattura che si divarica ulteriormente dinanzi ai comportamenti gattopardeschi che impongono il riciclo di personaggi attraverso una sorta di tarantella intrecciata con bizzarre movenze e cambi di partner. Ciò interessa tutte le liste in corsa per accaparrarsi uno scranno di consigliere comunale, ma anche quelle assessoriali, alcune designazioni delle quali sembrano essere state fatte con disinvoltura, ad eccezione del M5S, almeno a sentire i mugugni dei tesserati e dei simpatizzanti degli schieramenti politici. Tutto ciò non mancherà di avere ripercussioni in termini di consenso. Le sorprese, semmai così si possono chiamare, riguardano la composizione delle liste di appoggio al candidato sindaco Pino Bianco. I suoi manifesti iniziali lo presentavano sostenuto da ben sei simboli, che alla prova dei fatti si sono dimostrati solo disegnini su palloncini gonfiati ad aria. Il candidato del PD alla fine si trova a guidare un piccolo e raffazzonato plotone di legione straniera, con un PD, che incapace di presentare una propria lista autonoma,è costretto a ricorrere, per salvare la faccia, a tante presenze esterne di altra appartenenza politica. Quello che è più triste è l’incapacità della nuova dirigenza di presentare una lista completa, nonostante i vari innesti innaturali. Una dimostrazione che il PD rimane un partito senza anima, senza strategie e dove anche le comparse si atteggiano a primedonne. Rimasto con solo due liste, anzi, una e tre quarti, sul candidato Pino Bianco incombe l’incubo dello spettro di dieci anni fa. Ascoltando lo sfogo di alcuni iscritti al PD, ciò che emerge è lo scarso entusiasmo, lo sconforto e la rassegnazione per un partito che non c’è e soprattutto per qualche designazione assessoriale indigeribile ed incomprensibile.
Non è che in casa futurista l’entusiasmo sia alle stelle. Delle tre liste che sostengono Cristaldi, proprio quella doc,  “I Futuristi”, creatura della stesso sindaco, appare la meno attrezzata per raccogliere consensi. Di contro, sono molti a pensare che un bel gruzzolo di suffragi possa arrivare dal movimento “Osservatorio Politico” facente capo all’assessore Billardello. Sarà lui destinato a raccogliere l’eredità di Cristaldi? L’altra lista ,”Liberi, ”spera di superare il quorum e di limitare i danni rispetto alla tornata precedente. Anche tra i futuristi non mancano i malumori e i mal di pancia per le designazioni assessoriali, alcune delle quali risultano difficile da accettare persino a chi è stato molto vicino, in questi anni, al primo cittadino. In queste condizioni sono molti a ritenere che, per il sindaco, il percorso di raggiungere il ballottaggio si faccia sempre più irto. La speranza alla quale sembra aggrapparsi Cristaldi è il voto disgiunto che dalle urne possa rovesciare i sondaggi attualmente sfavorevoli alle sue liste. Cristaldi rimane nell’immaginario collettivo ancora un personaggio politico popolare anche se in declino dopo la sconfitta dell’assegnazione del simbolo di Forza Italia .
In casa Scilla non si brinda consapevoli che la partita è difficile, ma le speranze di arrivare al ballottaggio dietro Torrente incominciano a diventare concrete, in considerazione che le liste coalizzate a sostenere l’ex deputato regionale sono motivate e intenzionate a dire la loro con molto determinazione. Inoltre, l’avere designato la squadra assessoriale al completo, così come ha fatto il candidato di M5S, al fine di evitare manfrine e accordi sottobanco, costituiscono motivo di chiarezza molto apprezzato dai suoi simpatizzanti. Scilla ha fatto il colpo grosso acquisendo nella sua squadra una figura di grande prestigio, l’ing. Vincenzo Montalbano-Caracci, il quale potrà giocare un ruolo fondamentale nelle strategie di rilancio e di organizzazione del sistema comune–città. Inoltre l’ingresso in squadra del cardiologo Cocò Di Giovanni costituirà una spina sul fianco all’attuale dirigenza dell’ASP di Trapani sul futuro dell’ospedale di Mazara, allo stato delle cose abbandonato dalla politica ad un destino di secondaria importanza, soprattutto dopo le recenti dichiarazione dell’attuale direttore generale che ha declassato il nosocomio mazarese. Su queste dichiarazioni si attendeva una forte presa di posizione da parte di tutti i candidati sindaci, ma la reazione è stata flebile ed impercettibile. Anche per Scilla, però, la designazione degli assessori ha provocato qualche irritazione se uno dei suoi uomini più vicini, l’avv. Morello, ha ritirato la propria candidatura dalla lista per il consiglio comunale.
Intanto Vito Torrente cammina sornione per la sua strada. La sua panzerarmee avanza sicura e sembra non trovare ostacoli. C’è consapevolezza nel suo entourage di stare vivendo un momento importante, forse irripetibile; saggezza impone cautela e soprattutto stare con i piedi per terra. La partita è troppo importante, sanno che un errore, un passo falso potrebbe rivelarsi dannoso e compromettere tutto. L’apertura del comitato elettorale è stata salutata da un bagno di folla entusiasta che ha invaso corso Umberto. La stessa via è stata oggetto di un restyling, fortemente voluto dal sindaco Cristaldi in queste ore di inizio di campagna elettorale, e trasformata in un lungo red carpet. Un presente per il prossimo sindaco è il commento sarcastico e ironico degli avversari politici.
Per il M5S si prospetta un risultato abbastanza significativo ma, tranne che non si verifichi quel che è successo alle precedenti regionali, cosa assai improbabile, non sufficiente per arrivare al ballottaggio. Sono fuori dai giochi gli altri candidati Siragusa e Frazzetta, i quali, però, saranno determinanti nel togliere voti sia a Cristaldi sia a Scilla, almeno nella prima fase che è quella decisiva. Ma questo è il vero problema della destra.

sabato 3 maggio 2014

Per una topografia della memoria

di   Nino Giaramidaro

L’oblìo, ««l’ingiustizia del tempo» sono l’ultima scena della tragedia della morte. Sino alla metà della seconda metà del Novecento giungevano dopo generazioni di memoria, poi il tempo ha cominciato a ruzzolare, sospingendo nella fretta perfino i cortei funebri. Che non fanno più compiere l’ultima passeggiata attraverso luoghi testimoni di una vita, interrompendo il traffico, attività delle botteghe, il ritmo dei passanti – fermi, cappello in mano e segno di croce quale rispettoso commiato.
Lo scrittore Salvatore Satta – ultimo grande caso letterario – ha scritto che «in fondo la caratteristica dei nostri tempi è quella di avere reso le cose senza importanza». E, nell’introduzione ai Promessi Sposi, Manzoni sostiene che la «historia può veramente deffinire una guerra illustre contro il tempo, perché togliendogli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già cadavueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia».
«Non si può annullare l’essere nati – aggiunge Satta – per questo tutti i piccoli uomini senza fama sono importanti e devono interessare tutti. Sono esistiti come esistiamo noi». «Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità», verso della poesia «Per chi suona la campana» del poeta e religioso John Donne, che ispirò Hemingway per il suo omonimo romanzo. E Riccardo Chailly, grande direttore di orchestra e amico ed ex assistente di Abbado, alla morte del maestro ha detto: «Da oggi l’Italia è più povera».
Lorenzo Inzerillo, autore del volume di memorie sullla città di Mazara (Una città di polvere e gelsomini, edito a cura dell’Istituto Euroarabo, 2013, con una densa e affettuosa introduzione del figlio Giuseppe), ha avuto la cognizione dolorosa dell’obliterazione, che apre le porte del nulla: uomini e donne inghiottiti dall’eternità, come se mai fossero nati ed esistiti. E con umanità ha affidato alla nostra presunzione anche la memoria di essi; o, meglio, di quanti è riuscito a ricordarne. Una sua piccola e grande battaglia contro la dimenticanza, la quale altro non è che una mistificazione del tempo, eterno antagonista della storia, delle vite vissute, dei segni piccoli e pure grandi lasciati. Un commosso e commovente tentativo di restituirci quello che Pirandello, insospettabilmente, ha voluto dire scrivendo «Il tempo moriva e lui restava»: l’amore, pure se «addormentato in un angolo del cuore». Pagine che tracciano un lungocircuito con le righe di Cesare Pavese «Perché dimentichiamo i morti? Perché non ci servono più», forse riscattate dalle altre sue righe «Al mondo non si è mai del tutto soli», che, in un qualche modo – visto che nulla si crea e nulla si distrugge – erano patrimonio di Inzerillo. C’è un sentire dell’uomo, disperso nei cieli, che chi si dedica al pensare capta come un messaggio senza bottiglia, una imperscrutabile comunicazione all’intelletto. Una rivelazione ingombrante.
Lorenzo Inzerillo, con la sua scrittura carica di anni, mi spinge a riflettere sulla «’nciuria» detta senza la gentilezza della «g», suono meno pungente della «c» del gergo più duro, adatto a scaricare dei contenuti pesanti quel sostantivo che, in lingua, muove da intenzioni dolose, con la premeditazione di infliggere un vulnus, una croce al demerito. La ’nciuria per i grandi diventa «detto», «alias», «chiamato»: Vittorio Emanuele III, detto «Sciaboletta», William Shakespeare, detto «il Bardo», Guglielmo I d’Orange-Nassau, «il Taciturno», sino ad Alessandro Del Piero, al quale è stato addirittura affibbiato un già soprannome, «Pinturicchio», che distingueva Betto (Bernardino) Betti, pittore del ‘400. Per i «piccoli» colpiti da ’nciuria si dice «’ntisu»: com’è ‘ntisu? Inteso, da intendere che, secondo il vocabolario Treccani, ha anche il significato di «rivolgere una facoltà sensoriale o spirituale a un determinato oggetto per acquistarne o approfondirne la conoscenza, o anche soltanto tendere, cioè acuire, la capacità ricettiva di tali facoltà». ’Ntisu sta per sforzo di comprendere, approfondire ciò che nome e cognome non riescono ad esprimere. Così che, rivelando la ’nciuria di una persona, se ne consegnava una sintesi del carattere, un’attitudine, un vizio. Uno spot del suo intimo.
Credo con benevolo sorriso, Lorenzo Inzerillo si sia districato con sensibilità in questo travagliato ordito da antropologi e abbia fatto scelte precise, raccontando con leggerezza di uomini e ’nciurie. Ha scritto di «Vasuca», barbiere con salone sulla «mastranza» (l’irriconoscibile via Garibaldi), fra la bottega di generi alimentari del «Carabiniere» e quella di Bastiano, alacre calzolaio. Ha taciuto sul dirimpettaio del barbiere: don Ciccino Genna, vetrina polverosa, zeppa di rubinetti e occhiali, con una lampadina fioca che rischiarava il suo lavoro interrotto dall’urgenza frequente del cartoncino «Torno subito» attaccato alla porta a vetri dell’ingresso. Forse non ha ricordato il soprannome, ma essendo don Ciccino, uomo dedito alla molteplicità e alla mobilità, probabilmente sfuggiva alla immobile qualificazione di una ’nciuria.
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domenica 27 aprile 2014

La paura del confronto


È intenzione del sindaco Cristaldi imporre una propria visione estetica della città ridisegnandola e riempiendo ogni spazio di essa, stradine, muri, vicoli, cortili, scalinate, edifici storici, sedi istituzionali di pregevole valore storico, architettonico e monumentale di giare, di vasi, di piastrelle e di pannelli in ceramica.
Non si vuol negare che questa città ha bisogno di interventi estetici che non si limitino soltanto, ma ben vengano se necessari, alla ceramica, a incominciare, innanzitutto, dal palazzo Comunale di Piazza della Repubblica. La soluzione scelta dall’attuale amministrazione per il restyling del palazzo, a sentire gli addetti ai lavori, professionisti del settore, uomini di cultura, non trascurando la gente comune, è apparsa frettolosa, illogica, sicuramente non adeguata all’elegante armonia della piazza, una delle più belle della Sicilia.
Quella scelta così enfaticamente dichiarata minimalista, termine in se stesso alienante rispetto al contesto d’inserimento, priva di armonia geometrica, di calore delle forme, pregnante di glaciale freddezza in cui non c’è posto per le emozioni né per l’espressività, non è altro che la riproposizione di un tesi di laurea, con tutti i limiti che questa presenta, addirittura demodè, per nulla originale né giustificabile sotto il profilo artistico, come invece lo era la proposta della “ Facciata” di Pietro Consagra.
Il progetto di restyling voluto dall’amministrazione è apparso lacunoso e incompleto sin dagli inizi, tanto che la ditta aggiudicataria ha i lavori sospesi da ben cinque mesi, con conseguenti aggravi economici a carico della collettività ancora non quantizzabili. Da più parti si è sicuri che alla fine il restyling minimalista potrebbe rivelarsi più deturpante di quello che si vuole sostituire, con conseguenze dannose per l’immagine della città. Quella piazza è un simbolo della città, appartiene al patrimonio di tutti, alla sensibilità della collettività e come tale essa doveva essere coinvolta. Quel progetto minimalista imposto tout court dal sindaco, viene accettato inspiegabilmente da una soprintendenza stranamente assente, strabica, dormiente, quando con il progetto di Consagra la stessa è stata ostile, severa, inflessibile custode dell’armonia ambientale. Ancor più, oggi, la stessa soprintendenza, in molti interventi di restaurazione di edifici all’interno del perimetro del centro storico, si dimostra inflessibilmente severa nel far rispettare l’uso di tipologie e materiali coerenti con il contesto urbano tanto da far rimuovere quelli non rispettosi dei disciplinari da essa indicati. Indifferente appare anche la Curia che proprio in quel contesto avrebbe dovuto far sentire alta la propria voce, ma qui a Mazara,” la Chiesa a volte tace”, quando non si compiace di brindare con i politici. Quel restyling rischia di diventare la vergogna della città per i prossimi decenni, perché esso non riguarda un semplice complemento d’arredo ma qualcosa di enorme portata che coinvolge il senso estetico e la memoria storica.
In questa città sembra che non sia possibile valorizzare le professionalità, la creatività, il patrimonio intellettivo attraverso lo svolgimento di concorsi di idee. Là dove questi sono di normale prassi sembra che nella nostra città siano da considerarsi reato di “lesa maestà”. Nella vicina Castelvetrano, per la riqualificazione di una via del centro storico si è fatto ricorso ad un concorso di idee, a Madrid, per la riqualificazione della Puerta del Sol, la locale amministrazione ha indetto un concorso di idee; il più ammirato e più acclamato è stato quello di un gruppo di giovani architetti siciliani e calabresi. A Mazara non è possibile tutto ciò, come se si avesse paura del confronto.